Cronaca

Rischi rilevanti, quello che Tap non dice

LECCE-  Il nuovo capitolo del braccio di ferro sul gasdotto svela ciò che Tap ancora non dice sul rischio di incidenti rilevanti legati all’opera. Quanto gas sarà contenuto negli 8,2 km di tubo dal mare fino all’entroterra e nel terminale di ricezione (Prt) che si estenderà su 12 ettari alla periferia di Melendugno?
È l’interrogativo finora rimasto senza risposta. La Regione Puglia ha chiesto due volte di poter calcolare le quantità, con la doppia nota del Servizio Rischio Industriale del 15 gennaio e del 30 aprile scorsi. Tap, per contro, ha impugnato gli atti di fronte al Tar Lazio e con ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.

Non è una questione di lana caprina. È ciò che farà la differenza tra l’applicabilità della normativa Seveso e la relativa esenzione. Un nodo che spetterà alla magistratura sciogliere e che di sicuro sarà affrontato il 3 dicembre, in sede di conferenza di servizi al Ministero dello Sviluppo Economico.

Ma perché è così importante la questione? Perché si parla della sicurezza delle persone che abitano intorno e di un possibile effetto domino, in caso di incidenti rilevanti, da calcolare nel raggio di 5 chilometri. Nel silenzio della multinazionale, è stato Alessandro Manuelli, l’ingegnere che ha coordinato il secondo controrapporto depositato al Ministero dal Comune di Melendugno, a fare una stima. Che riguarda, però, solo gli 8 km di condotta e non anche il Prt, visto che su questo non si ha alcun dato. Dunque, avendo a disposizione le cifre sul diametro del tubo e presumendo una temperatura tra i 10 e i 15 °C, ha calcolato quantitativi di gas naturale oscillanti tra le 638 e le 664 tonnellate.

Sarebbe il triplo del limite di 200 tonnellate previsto dalla Seveso III. E sarebbe anche sei volte maggiore del tetto di 100 tonnellate, più restrittivo, introdotto dalla legge regionale del 2008.

Tap si ritiene esonerata ritenendo che il suo è un tipo di impianto non industriale, in cui non si fa né lavorazione né stoccaggio di gas. A conforto della sua tesi, ci sono una nota del comando provinciale dei vigili del fuoco di Lecce e i pareri dei ministeri dell’Ambiente e dell’Interno. Inoltre, la società sostiene che, trattandosi di opera strategica, spetta allo Stato decidere in merito.

La Regione, tuttavia, ha scelto di resistere in giudizio, rivendicando come sua la competenza. E sottolineando che la ratio della legge Seveso non chiede di valutare la natura dell’impianto, ma la quantità e la qualità del materiale pericoloso presente anche istantaneamente o che si potrebbe liberare in caso di incidente rilevante. D’altronde, l’impianto di Seveso non conteneva diossina al suo interno, ma la nube tossica si è sviluppata dopo, proprio in seguito all’incidente.

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