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Il falò in onore di Sant’Antonio: la focara, tra storia e attesa

NOVOLI – Fascina dopo fascina, la focara di Novoli è pronta a bruciare anche quest’anno. Il 17 gennaio è il giorno di Sant’Antonio Abate, protettore del paese. La sera della vigilia, questo lunedì 16 alle 20.30, l’accensione della pira più antica e imponente del bacino del Mediterraneo tornerà a stupire e ad affascinare il pubblico. Lo farà finalmente di nuovo in presenza, dopo i limiti legati alla pandemia che hanno impedito la partecipazione dal vivo allo spettacolo.

Realizzata con i tralci delle viti, recuperati dalla rimonda dei vigneti novolesi, il falò ricorda il legame tra il fuoco e il Santo, strenuo oppositore dei diavoli e delle fiamme dell’inferno.

Il culto legato a Sant’Antono Abate affonda le sue radici in più racconti e leggende. Si narra che l’eremita, originario dell’Egitto, lottasse per strappare le anime dagli inferi. Un’altra leggenda racconta della sua discesa nell’inferno che gli avrebbe consentito di portare il fuoco in dono agli uomini.

E poi ci sono le guarigioni legate alla sua storia. Le sue reliquie, scoperte nel 561, viaggiarono fino in Francia, dove fu costruita una chiesa in suo onore. Qui affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella farina usata per fare il pane. Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come “ignis sacer”(dal latino: fuoco sacro) per il forte bruciore che provocava. Per ospitare i malati fu costruito un ospedale e nacque l’antico ordine ospedaliero degli Antoniani. Tutt’intorno si formò un vero e proprio villaggio che, per concessione del Papa, si dedicava quasi esclusivamente all’allevamento di maiali, il cui grasso veniva utilzzato per curare quella specifica patologia che prese il nome di Fuoco di Sant’Antonio.

Ecco perchè l’eremita fu considerato dapprima il protettore dei maiali, poi per estensione di tutti gli animali da stalla e domestici. Ecco perchè tra i riti legati al suo culto, nei tre giorni di festa in suo onore (16-17 e 18 gennaio), c’è anche la benedizione degli animali.

La cenere della focara, che una volta accesa brucia tutta la notte e il giorno seguente, rappresenta la purificazione, del corpo e dell’anima. Alla sua realizzazione la comunità partecipa con il cuore ma anche fattivamente, come atto di devozione. Un lavoro certosino che inizia, con la posa della prima fascina, già nella seconda metà di dicembre.

In cima al falò, come sempre, l’effige del Santo, a cui si chiede anche la benedizione del prossimo raccolto.

Fede e leggenda, sacro e profano: per Sant’Antonio si prega, si fa festa con i fuochi d’artificio, i canti, i balli, i mercatini in strada, gli incontri culturali e di promozione del territorio.

Poi tutti intorno al grande fuoco, per scaldare il corpo e l’anima insieme: un rituale che raccoglie migliaia di salentini, pugliesi, turisti e pellegrini. Nel nome di Sant’Antonio.

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