L’8 novembre 2002 fu trovata senza vita Angela Petrachi. A distanza di 23 anni, si riavvolge il nastro. Una storia che torna a galla e che ora potrebbe riscriversi, alla luce di nuove tecnologie e nuove analisi. Come accaduto in altri celebri casi giudiziari – da Perugia a Garlasco – anche per l’omicidio di Angela Petrachi la giustizia è pronta a riaprire i fascicoli del passato.
Il processo di revisione per Giovanni Camassa, condannato all’ergastolo, si celebra davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro. La prossima udienza è fissata per il 6 ottobre.
Camassa nel 2003 venne arrestato con l’accusa di aver violentato e ucciso la giovane mamma 31enne, ritrovata senza vita in un bosco di Borgagne. In primo grado, Camassa fu assolto. Poi il verdetto fu ribaltato in appello: ergastolo. La Cassazione rese definitiva la condanna nel 2014.
Ma oggi, elementi nuovi rimettono tutto in discussione. Le indagini difensive più recenti, condotte con strumentazioni all’avanguardia, hanno accertato l’assenza totale di DNA riconducibile a Giovanni Camassa. In compenso, è stato isolato il profilo genetico di un altro uomo in due tracce miste rinvenute sulle calze in nylon della vittima. Un uomo la cui identità è nota.
“Sì, siamo convinti dell’innocenza dello zio e continuerò a combattere. Ci sono state indagini su altre persone, una delle quali ha lasciato una traccia del proprio DNA, ma è ancora libera. Invece lo zio è in carcere per una frase fuori posto, senza alcuna prova diretta su abiti o auto.”
“È stata una condanna a senso unico. Mio fratello dice che camminerà sempre a testa alta. Non ha nulla da nascondere. Lui vuole la verità, più di tutti.”
Nel racconto dei familiari, un uomo che non ha mai smesso di collaborare con la giustizia. Che ha messo a disposizione ogni cosa: abiti, auto, campioni biologici. Per la famiglia, invece, restano i dubbi sul comportamento di un altro indagato che si sarebbe sempre avvalso della facoltà di non rispondere, senza dimostrare collaborazione.