BARI- E’ stata una mangiatoia per molti, ma chi non ha impedito che Ferrovie del Sud Est, dall’alto della loro storia, scivolassero verso il profondo rosso? Chi doveva controllare e non lo ha fatto? O chi non ha controllato come si doveva fare? E anche all’interno, com’è stato possibile che nessuno abbia evitato la bancarotta, nonostante la situazione di crisi fosse già chiara almeno dal 2009? L’inchiesta bis della Procura di Bari dovrà puntare a questo, a individuare le responsabilità dell’omesso controllo e a segnalare alla Corte dei Conti i presunti responsabili di un danno erariale consistente.
All’indomani del terremoto giudiziario che ha visto undici arresti e 29 indagati, anche nel Leccese, è chiara la direzione che gli inquirenti stanno imprimendo alle indagini, il passo successivo che punta a Roma. Ed è inevitabile.
Per il gip che ha firmato l’ordinanza per gli arresti, Ministero dei Trasporti, Regione Puglia e ovviamente la stessa società sono “parti offese” rispetto agli indagati. Ma “per lunghi anni il Ministero dei Trasporti è stato socio unico di Fse ma solo l’ultimo ministro ha portato all’attenzione le anomalie commissariando la società”, ha già detto il procuratore capo di Bari giuseppe volpe, lasciando intendere che dal 2000, anno in cui Le Fse S.r.l. è stata costituita subentrando alla omonima Gestione Commissariale Governativa, si è lasciato il timone completamente nelle mani di uno solo. E sono venuti meno tutti i presidi che potevano evitare il crac.
Tra gli arrestati, oltre all’amministratore unico Luigi Fiorillo ci sono anche Fausto Vittucci (revisore dei conti di FSE e certificatore dei bilanci FSE dall’anno 2010) e Angelo Schiano (amministratore occulto e procuratore alle liti di FSE). A loro in particolare viene attribuita la bancarotta dolosa, con un fiume di milioni di euro che invece di essere investiti nel trasporto pubblico locale venivano dirottati verso consulenze esterne e forniture fuori mercato. È il caso del carburante pagato fino al 40 per cento in più alla Svicat di Fabrizio Camilli, anche lui ai domiciliari, o il pagamento da capogiro per l’archivio storico alla famiglia Cezza di Maglie, per cui padre, madre e figlio sono stati arrestati.
Se Luigi Fiorillo ha potuto tutto è anche perché ha fatto delle Fse “un’azienda fuori dall’azienda”, come è stata definita dal commissario Viero inviato dal governo. Cosa significa? Che “FSE in qualche modo poteva essere considerata” effettivamente come un’azienda che sta altrove”, a Roma invece che a Bari, e lo stesso Fiorillo operava da lì. Così anche il direttore del personale, che svolgeva la propria attività in telelavoro dalla capitale. Inoltre, “attività fondamentali per la gestione erano in toto appaltate all’esterno: servizi legali e contenzioso, contabilità, sistemi informativi, progettazione e direzione dei lavori per citare i più importanti”. Solo o principalmente Fiorillo “interagiva con questa galassia di consulenti e solo lui aveva il quadro complessivo a 360° della situazione”. E la barca è andata alla deriva.