Si è concluso con la convalida dell’arresto e l’applicazione della custodia cautelare in carcere l’interrogatorio di Sheikh Md Humaun, bengalese 33enne, accusato di aver ucciso con una coltellata alla schiena il fratello di 28 anni Sheik Md Noyan, giovedì scorso a Tricase. Una giornata scandita da difficoltà tecniche all’interno del carcere di Lecce.
L’interrogatorio, iniziato in mattinata, è stato sospeso intorno alle 14 per l’assenza di un dialogo chiaro tra l’indagato e il gip Angelo Zizzari. Nonostante l’intervento di un primo interprete, è stato necessario un secondo cambio per garantire che l’uomo avesse piena consapevolezza delle accuse (omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela e dall’uso di arma) e della gravità della sua posizione. Solo nel tardo pomeriggio il 33enne ha scelto di parlare, assumendosi nuovamente la responsabilità dell’omicidio, senza però sciogliere del tutto i nodi sul perché del suo gesto.
L’ombra che grava sull’omicidio, secondo gli investigatori, resta quella di un conflitto economico mai risolto, legato all’invio di denaro in Bangladesh e alla proprietà di un terreno che sarebbe stato acquistato dal padre con quei fondi. Vecchi rancori che avrebbero preso il sopravvento durante quella che doveva essere una normale visita familiare nel tinello della appartamento del presunto assassino in via Luigi Cadorna. Secondo la versione fornita dall’indagato, il colpo mortale, sferrato con un coltello da cucina con una lama di 23 centimetri, sarebbe stato l’apice di uno scontro fisico iniziato poco prima. Una lite degenrata senza la reale volontà di uccidere.
Sheik Md Humaun, che dopo il delitto ha mostrato il cadavere del fratello in una videochiamata shock ai parenti dall’altra parte del mondo, urlando “la vostra macchina dei soldi è finita”, è apparso davanti al giudice profondamente segnato. La consapevolezza di aver posto fine alla vita di suo fratello minore sembra aver preso il posto della furia di giovedì.
Si attende ora l’esito dell’autopsia affidata al medico legale Ermenegildo Colosimo e dell’analisi delle chat sui telefoni sequestrati.