CASTRI DI LECCE – La porta d’ingresso secondaria dell’abitazione all’arrivo dei carabinieri era spalancata, la gran parte delle stanze era in ordine. Nel soggiorno, dove Donato Montinaro è stato brutalmente assssinato, le tracce invece di una caccia al tesoro effettuata verosimilmente con guanti in lattice, che – come accertato dal Ris – se da una parte non lasciano impronte, dall’altra eliminano uno strato di polvere che resta invece sul resto della superficie della mobilia.
Quei guanti li avrebbe indossati qualcuno, se non tutti, dei quattro imputati ritenuti responsabili dell’omicidio del 75enne, che per gli inquirenti fu “una rapina sfociata nel sangue”, per la quale sono finiti a processo Angela Martella, 58enne di Salve, difesa dall’avvocato Silvio Verri; Patrizia Piccinni, 48 anni di Alessano, difesa dall’avvocato David Alemanno e poi Emanuele Forte e Antonio Esposito, entrambi 40enni di Corsano, difesi rispettivamente dagli avvocati Marco Maria Costantino e Luca Puce.
Foto scattate dalla Scientifica alla mano, è il luogotenente Pantaleo Rizzo a ricostruire i rilievi effettuati in casa dell’ex falegname in pensione, trovato morto l’11 giugno del 2022, quando la donna che assisteva la figlia disabile, raggiunta l’abitazione per prendere servizio, chiamò il 112 per lanciare l’allarme.
Nell’udienza delle scorse ore, davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Baffa, il luogotente (teste della pubblica accusa) ha sollevato un’ipotesi mai emersa sino ad ora: Montinaro, trovato riverso per terra quasi completamente nudo, potrebbe essere stato legato con la tecnica dell’incaprettamento, tipica dello stile mafioso.
Le gambe erano legate tra loro, le braccia erano invece legate ai piedi di un tavolino basso: il tutto con nastro elastico (il cui groviglio è stato rinvenuto dietro alla nuca), fascette da alettricista, una cintura in cuoio e un filo elettrico strappato sul momento. La testa ricoperta da un lenzuolo e altro tessuto, non prima di avergli attorcigliato intorno a collo e testa il nastro elastico.
Ascoltati in aula, tra i teste della Pm Moschettini, anche un dipendente dell’ufficio Postale di Castri che ha confermato l’abitudine della vittima di prelevare l’intera pensione subito dopo l’accredito. E poi il luogotenente che ha effettuato gli accertamenti patrimoniali, appurando nel 2012 c’erano ben 112mila euro su un conto postale ad esclusivo uso della vittima, estinto poi nel 2017 con graduali prelievi.
Una mole di contanti considerevole, dunque, avvolta ancora da mistero.
E.FIO