PRESICCE-ACQUARICA- E’ uno dei sequestri più corposi degli ultimi anni: la cava di calcarenite a Presicce-Acquarica, a cui in mattinata i carabinieri del Noe di Lecce hanno apposto i sigilli, è estesa per circa centomila metri quadri, pari a dieci campi da calcio. Le immagini girate dal nostro drone rendono chiara l’idea dell’ampiezza e dell’impatto.
L’azienda l’avrebbe scavata senza attendere le autorizzazioni che aveva richiesto. E’ di circa 2 milioni di euro il valore del bene finito sotto chiave. Sigilli anche a tredici macchinari.
Due le denunce a carico di un 71enne e un 62enne, fratelli di Taurisano nonché soci in affari. Per la prima volta nei sequestri di cave nel Salento, la Procura contesta anche l’art. 452 bis codice penale, cioè il reato di inquinamento ambientale, ipotesi confermata dal gip Laura Liguori nel decreto di sequestro: i gestori avrebbero abusivamente cagionato una compromissione ed un deterioramento “significativi e misurabili” del suolo effettuando escavazioni in profondità, rispetto al piano di calpestio, asportando migliaia di metri cubi di carparo. Il tutto, tra l’altro, in area sottoposta a vincolo paesaggistico, “alterando le bellezze naturali dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’Autorità”.

“Il settore del Ciclo del Cemento e la regolarità delle attività estrattive – spiegano dal Noe leccese, sotto la guida del tenente colonnello Dario Campanella – sono da sempre tra gli obiettivi ritenuti maggiormente impattanti dal punto di vista della salvaguardia del territorio”. Dopo la pioggia di sequestri effettuati nei mesi scorsi nel territorio salentino, l’operazione di questa mattina in località “Cupe o Musi Russe” è di certo la più pesante. Nasce da un controllo effettuato l’11 marzo scorso, ma la cava era già una “sorvegliata speciale”, visti i diversi sopralluoghi eseguiti a partire dal 2018. Secondo gli investigatori, è stata “coltivata senza alcun titolo autorizzativo ed in violazione di numerose norme dettate dalla specifica normativa di settore, nazionale e regionale”. Alcune particelle, già sfruttate, nel frattempo sono state persino ripristinate, con livellamento e piantumazione di alberi d’ulivo.
A fine marzo, tutto ciò ha portato il Comune di Presicce-Acquarica a ordinare la sospensione dei lavori, come aveva già fatto tre anni fa la Regione. Le indagini, coordinate dal pm Maria Vallefuoco, si fondano sulle informative del Noe, che ha accertato che nel 2017 la ditta aveva presentato al Comune di Presicce istanza di compatibilità ambientale relativamente al progetto di ampliamento della cava originaria: l’opposizione della Soprintendenza portò al diniego, impugnato dinanzi al Tar di Lecce che ha dato ragione agli imprenditori. La parola fine, però, non è stata ancora scritta, visto che pende un giudizio dinanzi al Consiglio di Stato e anche la sua eventuale sentenza positiva per la società non costituirebbe titolo all’esercizio dell’attività. Ciononostante, l’impresa ha avviato i lavori, anche su particelle vicine mai interessate da alcun progetto, come dichiarato anche da un funzionario del Servizio Attività Estrattive della Regione Puglia, che effettuò un sopralluogo ed è stato ascoltato dai carabinieri.
A carico degli indagati è contestato anche il reato di attività di gestione di rifiuti non autorizzata, per aver depositato in maniera incontrollata rifiuti speciali non pericolosi, cioè scarti di demolizione o costruzione, su un terreno nelle vicinanze e per aver venduto il tufo, che sarebbe stato dunque estratto abusivamente, all’impianto rifiuti di Ugento, conseguendo un illecito profitto, secondo l’accusa, pari a quasi 139mila euro.
Tiziana Colluto
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