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Dal Salento alla prima linea: marito e moglie, ma soprattutto medici

TRICASE- Non ci hanno pensato su più di tanto: sentivano che in questo momento sarebbero stati più utili al “fronte”, nelle zone più colpite dall’emergenza sanitaria. E hanno chiesto di partire. 36 anni lui, 31 lei, marito e moglie, entrambi medici, entrambi in servizio nel Salento e ora l’uno in Emilia Romagna e l’altra in Piemonte. È la storia di Lorenzo Tonialini, ematologo dell’ospedale Panico di Tricase, e di Giuliana Metrangolo, medico della continuità assistenziale. Da alcune settimane sono al nord, nelle corsie di alcuni dei territori più flagellati dal Coronavirus.

Non ci vuole fegato, ci vuole lucidità: “Non abbiamo ancora figli, i nostri genitori stanno bene e per un periodo limitato la nostra assenza si poteva coprire con i turni di altri colleghi – spiega Tonialini – anche perché tutti gli ospedali hanno ridotto in parte le attività”. Nell’Ematologia tricasina, dove lavora da un anno al fianco del dott. Pavone, gli hanno fatto sentire tutto il sostegno, con tanto di striscioni di incoraggiamento.

 “Ho apprezzato molto – dice – l’atteggiamento della direzione sanitaria dell’ospedale Tricase che mi è stata accanto e ha incoraggiato la mia scelta nell’andare nelle zone più esposte. Ho sentito che ora potevo essere più d’aiuto in zone in cui l’infezione ha completamente sconvolto l’attività ordinaria piuttosto che all’interno dell’ospedale in cui lavoro”.

A marzo, Lorenzo e Giuliana hanno iniziato a partecipare ai vari bandi pubblicati dalle Asl per la Lombardia, l’Emilia Romagna, per il nuovo ospedale nell’ente Fiera a Milano, al bando della Protezione civile. Le chiamate sono iniziate ad arrivare subito: lui è approdato il 1° aprile a Piacenza, nell’ospedale Guglielmo da Saliceto, nel reparto che cura le polmoniti da Coronavirus; lei in provincia di Cuneo, nell’ospedale di Verduno, nuovo di zecca, aperto in parte il 30 marzo scorso proprio per fronteggiare l’emergenza.

“La possibilità di partecipare al trattamento dei pazienti nell’emergenza – aggiunge Tonialini – è anche un’esperienza formativa, per vedere come ci si approccia e come è stato organizzato il trattamento di emergenza. Rientra in una esperienza personale e professionale per essere maggiormente d’aiuto per il mio ospedale e territorio qualora questa emergenza dovesse ripresentarsi anche nel Salento”.

A colpire Tonialini è stato soprattutto il quadro ricostruito dal primario dell’ospedale di Piacenza sull’inizio dell’emergenza: “C’erano oltre cento persone in pronto soccorso che non trovavano posto e non si capiva come gestirle. Con l’apertura dei sette reparti dedicati per i ricoveri bisognava scegliere chi era prioritario all’interno dei nuovi reparti e chi doveva attendere ancora in pronto soccorso. E nella scelta si prediligevano persone che avevano maggiore possibilità di essere trattate, e a pesare ci sono state anche patologie croniche che trattiamo tutti i giorni, come ipertensione e disturbi alla tiroide, patologie che, in una fase normale, non precluderebbero alcun tipo di trattamento per alcun paziente”.

Al ritorno nel Salento al momento si pensa poco: quando accadrà, sarà perché si tornerà ad essere più utili qui, in una normalità che probabilmente non potrà essere più quella di prima.

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