LECCE- Non decine ma centinaia di tonnellate di Oloturie sono state depredate dai fondali dell’arco ionico salentino per essere destinate al mercato asiatico. Un giro di affari milionario, su cui indaga ora la Procura di Lecce, che ha aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti. L’ipotesi di reato è tra le nuove fattispecie introdotte nel codice penale nel 2015 (art. 452 bis), vale a dire la compromissione significativa di un ecosistema e della biodiversità.
Perché questo rischia di aver provocato, in questi mesi, la mattanza dei cetrioli di mare, come vengono comunemente chiamati questi animaletti, da Gallipoli verso le marine tarantine. Le indagini, coordinate dal pm Elsa Valeria Mignone e affidate ai militari della Guardia di Finanza, stanno portando a galla l’impensabile e stanno rendendo chiaro soprattutto il ruolo di Gallipoli, considerata “capitale” di questa nuova economia. Un dato, tra gli altri, ha scioccato gli inquirenti e reso più chiara la portata del fenomeno: solo un’azienda di commercializzazione ispezionata ha commercializzato negli ultimi mesi quantitativi pari a ben 140 tonnellate di oloturie.
A dare la stura all’inchiesta è stato il fermo, a luglio, a Gallipoli, di un camion che trasportava oltre cinquemila chili di molluschi. Destinazione: Grecia. A prima vista, semplici irregolarità nella documentazione presentata dall’autista ellenico. In realtà, si sono trasformate nella punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio e sommerso.Da quel momento, le Fiamme Gialle hanno passato al setaccio molte aziende della zona, ne hanno verificato i registri di vendita, hanno effettuato sopralluoghi per capire se una prima fase di lavorazione venga effettuata qui.
E hanno riscontrato un’anomalia che confermerebbe i sospetti: dopo i sequestri avvenuti in primavera tra Taranto, Cisternino e Brindisi, dove sotto chiave sono finite alcune tonnellate di prodotto, i commercianti hanno iniziato a sostituire sui documenti di vendita la parola “oloturia” con “esca”. Un modo per confondere le acque, anche se i cetrioli di mare davvero sono stati utilizzati finora solo come esca dai pescatori italiani. È per questo stesso motivo che il legislatore non si è mai preoccupato di tutelarli, vietandone la pesca e il commercio, come per i datteri. Ora, però, ci si trova con i fondali depredati, viste le insistenti richieste del mercato cinese e giapponese, per i quali le oloturie sono prelibatezze oltre che elemento fondamentale per la nuova industria cosmetica. Un giro d’affari da milioni di dollari, si diceva: un chilo di oloturie viene pagato al pescatore circa 80 centesimi, 7 euro al commerciante (spesso greco) che lo vende come prodotto finito. Sui mercati asiatici, però, i prezzi esplodono: le oloturie vengono pagate fino a 600 dollari al chilo.
Un grande business che, tuttavia, ha ripercussioni sull’equilibrio dei nostri mari. Per fermarlo, nelle prossime ore, sbarcherà in Consiglio regionale la proposta di legge per tutelare la specie.