Scambiato per spia, 31enne di Torre prigioniero in Libia

Mohamed Abou Hashima

TORRE S.SUSANNA (BR)  –  “Mi stanno torturando, fate in fretta”. E’ il grido d’aiuto lanciato al telefono dalla Libia dal 31enne italo-egiziano Mohamed Abou Hashima, residente da anni a Torre S.Susanna, rinchiuso da 9 giorni nel carcere di Misurata insieme al fratello minore.

Secondo la famiglia senza aver commesso alcun reato: dunque ci sarebbe un errore alla base dell’arresto del giovane, partito in Libia 9 mesi fa per lavorare nella macelleria del fratello.

La moglie Annita, una donna di Torre S.Susanna, è disperata: nell’appello scritto al ministro degli Esteri Emma Bonino racconta la sua versione dei fatti. Lo scorso 3 giugno, il 31enne sarebbe finito in prigione dopo aver esibito ad un posto di blocco il passaporto italiano, anzichè quello egiziano. Una svista che ha pagato a caro prezzo.

Il sospetto che potesse trattarsi di una spia, alimentato dal secolare rancore nei confronti degli italiani, ha infatti spinto la Polizia locale ad ammanettare Mohamed. Stesso provvedimento adottato nei confronti del fratello che ha tentato invano di difenderlo. Da allora nessuna notizia sulla sorte dell’uomo, fino a quando, nella giornata di martedì, le guardie carcerarie gli hanno permesso di telefonare in Italia: il 31enne è riuscito a parlare con il suocero spiegandogli la criticità della situazione: com’è risaputo, la vita nelle prigioni libiche è molto dura, e i trattamenti riservati ai detenuti in molti casi sfociano purtroppo nel sangue.

A Torre S.Susanna cresce quindi la preoccupazione, ora dopo ora: i famigliari del detenuto si sono rivolti all’associazione ‘Nessuno Tocchi Caino’ e il responsabile della provincia di Brindisi Giuseppe De Matteis ha già contattato Sergio D’Elia, esponente dei Radicali, in prima linea nella battaglia per i diritti umani. Accompagnata dal figlio di Mohamed, il piccolo Alì, è la cognata a riportare i fatti e a raccontare la disperazione della famiglia.

A cura di Maria Pia Mazzotta