Lo schermo dello smartphone ha inquadrato il corpo senza vita, il sangue versato sul pavimento del tinello e, accanto, l’arma del delitto: un coltello da cucina con una lama di 23 centimetri. È stata questa la videochiamata shock partita dall’appartamento di via Luigi Cadorna, a Tricase, e diretta in Bangladesh. A terra c’era il 28enne Shekh Md Noyan, mentre a mostrare il cadavere, in lacrime e in stato di agitazione, è stato il fratello maggiore e presunto assassino, il 33enne Sheik Md Humaun.
Il dramma si è consumato nel tardo pomeriggio, intorno alle 17:30. Dall’altra parte del mondo, i familiari hanno assistito in diretta ai momenti concitati successivi all’omicidio, tra urla di disperazione e dolore. A registrare la scena con un secondo telefono è stata un’altra persona presente nell’abitazione dei parenti nel paese d’origine.
Secondo quanto ricostruito dai carabinieri della stazione e compagnia di Tricase, coordinati dal capitano Antonio Alaia, i due si sarebbero incontrati per quella che doveva essere una normale visita familiare. Il rapporto tra i due fratelli, nel corso degli anni, era sempre stato descritto come normale e tranquillo. Nulla lasciava presagire ciò che sarebbe accaduto, quando tra le mura dell’abitazione del fratello maggiore è esplosa una violenta lite davanti agli occhi di un coinquilino connazionale.
L’epilogo è stato tragico. Una coltellata mortale sferrata alla schiena della vittima. Gli investigatori non escludono che i colpi inferti possano essere stati più di uno. Sarà l’autopsia, affidata nelle prossime ore al medico legale Ermenegildo Colosimo, a fare chiarezza sulla dinamica.
Il coinquilino ha fermato l’aggressore prima di allertare il 118, ma per il 28enne non c’è stato nulla da fare. I carabinieri hanno bloccato il fratello maggiore poco dopo all’interno dell’abitazione, dove l’uomo ha confessato il delitto. Presentava ferite alle mani, segno di una probabile colluttazione avvenuta prima del fendente letale. In caserma, davanti alla pm Donatina Buffelli, il presunto assassino è apparso molto provato e ha scelto di non rilasciare dichiarazioni. “Il mio cliente è sotto shock” ha commentato il suo legale, l’avvocato Dario Paiano.
La vittima era inserita da tempo nel progetto SAI (Sistema Accoglienza Integrazione) del comune di Tricase e risiedeva in una struttura di via Parini. Arrivato in Italia in cerca di futuro, lo scorso febbraio aveva ottenuto il permesso di protezione speciale. Tra soli sei mesi avrebbe concluso il percorso di accoglienza per iniziare una vita in totale autonomia.
Gli operatori lo descrivono come un ragazzo esemplare, perfettamente integrato, che lavorava con dedizione come banconista in un bar di Tricase Porto, lo stesso mestiere del fratello maggiore. Quest’ultimo è stato trasferito nel carcere di Lecce con l’accusa di omicidio volontario, aggravato dal vincolo di parentela e dall’uso di un’arma. Nei prossimi giorni, durante l’interrogatorio di convalida davanti al gip, si cercherà di fare luce sul movente, probabilmente legato a vecchi rancori per questioni economiche mai risolte in patria.