Manduria: lo sgarro al boss, l’esecuzione e il bacio al tattoo del clan

scrittore

MANDURIA – Si sono tutti e tre avvalsi della facoltà di non rispondere i presunti assassini di Natale Naser Bahtijari, 21enne montenegrino torturato e abbandonato su un cavalcavia a Manduria.

Dopo il fermo scattato nelle scorse ore, il 20enne Vincenzo D’Amicis e i 23enni Simone Dinoi e Domenico D’oria hanno scelto la via del silenzio durante l’interrogatorio in carcere che, come sempre, precede la convalida del fermo.

Al loro fianco gli avvocati Franz Pesare, Armando Pasanisi e Domenico Sammarco.

Cosa abbia spinto i tre a torturare e uccidere il 21enne “con sevizie e crudeltà” emerge nitidamente dalle carte dell’inchiesta e non avrebbe a che fare soltanto con i 100 grammi di cocaina che avebbero acquistato giorni prima dal fratello della vittima, che aveva raggiunto Manduria proprio per incassarne il pagamento.

A monte di quell’assassinio ci sarebbe anche, forse soprattutto, una questione “d’onore”.

Intercettato dagli inquirenti nelle concitate fasi dell’esecuzione, Vincenzo D’Amicis – nipote di Vincenzo Stranieri alias “Stellina”, ritenuto storica figura apicale della Sacra Corona Unita – pronuncia queste frasi: “ti scannu tuttu“, “ti tagghiu la capu“, perchè hai sparato sulla macchina di mia madre per mio nonno” dice alla vittima. E sarebbe proprio per quell’offesa, per quel gesto oltraggioso alla famiglia Stranieri che i tre giovanissimi manduriani avrebbero messo in atto una vera e propria esecuzione “con modalità evocative della forza intimidatrice tipicamente mafiosa” si legge nelle carte, tali che il messaggio potesse arrivare chiaro e forte “a coloro che gravitavano nell’orbita di affari della vittima, incluso il fratello“.

Per gli inquirenti, infatti, “la punizione pubblica nasce per restaurare quella gerarchia, quei “valori criminali” calpestati da Natale Naser e per i quali la famiglia Stranieri – proseguono gli inquirenti – era nota e temuta dall’intera città di Manduria“.

Ad avallare l’ipotesi investigativa dell’esecuzione mafiosa c’è poi un’altro dettaglio, sul quale il sostituto procuratore dell’Antimafia leccese, Milto Stefano De Nozza, non ha avuto alcun dubbio: durante le varie fasi dell’omicidio, Simone Di Noi avrebbe baciato il “tatuaggio di famiglia” sul braccio del nipote di Stranieri, “esprimendo così rispetto, devozione e condivisione dei valori criminali che da sempre hanno caratterizzato l’agire del clan“.

Tra gli altri dettagli emersi, anche la volontà originaria di bruciare il corpo della vittima: piano andato in fumo a causa dei buio e dello scivolamento del cadavere nella scarpata. Così come la volontà di disfarsi anche delle due amiche gallipoline che avevavo accompagnato la vittima a Manduria. Alle due Stranieri e il nipote insieme – sempre secondo l’impianto accusatorio – avrebbero sottratto l’auto, strattonandole e minacciando di ucciderle sparandogli in testa.

Dall’auto e dai vari luoghi del delitto i tre fermati avrebbero tentato di rimuovere ogni traccia. Due di loro erano anche pronti alla fuga, salvo poi scontrarsi con il tempestivo intervento degli agenti della Squadra Mobile tarantina.

E.FIO

 

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