Cavallino, falda inquinata dalla discarica? In tre vanno a processo

CAVALLINO- Si aprirà in primavera il processo sulla contaminazione della falda che scorre sotto la discarica di Masseria Guarini a Cavallino. Dopo l’udienza preliminare tenutasi nelle scorse ore, il gup Marcello Rizzo ha disposto il rinvio a giudizio per tre imputati, che dovranno difendersi dall’accusa formulata a vario titolo nei loro confronti di inquinamento ambientale, getto pericoloso di cose, inosservanza delle prescrizioni contenute nell’autorizzazione per la gestione dei rifiuti e omessa bonifica. A dover affrontare il processo sono Antonio Saracino, Direttore Operativo e Referente IPCC (Integrated Pollution Prevention and Control) della piattaforma di trattamento dei rifiuti e discarica (in fase di post-gestione); Gino Montinaro, presidente del Consiglio di Amministrazione della società “Ambiente e sviluppo s.c.a.r.l.” che gestisce la discarica e Franco Mazzotta, chimico consulente del gestore dell’impianto per conto del quale ha eseguito le analisi delle acque di falda, secondo l’accusa trascurando le informazioni relative al superamento della soglia di contaminazione dei parametri di Azoto Ammoniacale, Manganese e Nichel.

Sentenza di non luogo a procedere, invece, è stata emessa per Carlo Palumbo, responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione della società: come fatto rilevare dal suo legale, l’avvocata Gabriella Mastrolia, a lui erano demandati compiti in materia di sicurezza sul lavoro e non poteri di tutela ambientale tali che gli consentissero di intervenire sulle modalità di gestione della discarica.

Gli altri imputati, come detto, dovranno invece affrontare il processo, nel quale si sono costituiti parti civili la Provincia di Lecce e il Comune di Cavallino. L’impianto accusatorio è già noto, dopo le indagini avviate in seguito alle numerose segnalazioni per i cattivi odori: nel sito sarebbero stati smaltiti rifiuti non pericolosi “in totale difformità” dell’Autorizzazione integrata ambientale, sversando all’interno della piattaforma di trattamento e discarica (in fase di post gestione con capacità finale di oltre 25mila tonnellate all’anno) “rilevantissimi quantitativi di rifiuti su piazzali, aree e box scoperti tenuti in esercizio con gravi carenze strutturali” e, tra le altre cose, con impianto della rete di drenaggio del percolato in cattivo stato di manutenzione (pozzo di estrazione percolato non funzionante e inutilizzabile, pompa di emungimento percolato in avaria).

L’omissione di necessarie misure di prevenzione e di precauzione che “dovevano essere compiute senza ritardo”, secondo gli inquirenti, avrebbe determinato l’infiltrazione in falda del percolato (liquido tossico prodotto dal dilavamento dei rifiuti). E questo nonostante fosse noto alla società, già dal gennaio 2015, il superamento delle concentrazioni della soglia di guardia dei parametri di azoto ammoniacale, nichel e manganese, questi ultimi metalli pesanti, con “conseguente grave compromissione e deterioramento delle acque sotterranee”. L’attivazione delle procedure previste per legge di comunicazione agli enti pubblici del superamento dei limiti è avvenuta solo il 26 febbraio 2019, dunque con quattro anni di ritardo, ad indagini già attivate.

 

Tiziana Colluto

 

 

 

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