LECCE- Questa è stata l’udienza della ricostruzione. Investigatori e testimoni hanno riavvolto il nastro, tornando a quell’orribile 21 settembre dello scorso anno, al fracasso e alle urla delle 21,45, al più tragico degli epiloghi: la morte di Eleonora Manta e Daniele De Santis. Il processo ad Antonio De Marco, 21enne studente di Scienze Infermieristiche, unico imputato per il massacro di via Montello, reo confesso, si celebra nell’aula bunker di Borgo San Nicola. In aula l’imputato non c’era, come già era stato annunciato dagli avvocati difensori Andrea Starace e Giovanni Bellisario.
Dinanzi alla Corte d’Assise, presidente Pietro Baffa, giudice togato Francesca Mariano e giudici popolari, hanno risposto alle domande della PM Maria Consolata Moschettini i carabinieri che per primi arrivarono sul luogo del delitto e i due testimoni che chiamarono i soccorsi e le forze dell’ordine: il giovane Luixhi Hasanaj, il primo a chiedere aiuto, e Andrea Laudisa, il vicino di casa delle vittime, che abitava nell’appartamento al piano di sotto.
Il primo, per strada a passeggio con il cane, sentì il frastuono e le urla provenire dal civico 2 di via Montello e fece più di una chiamata alle forze dell’ordine, pensando si trattasse di una violenta lite. Poi, sempre dalla strada, vide accendersi le luci di quel palazzo e, dalla vetrata, le gambe di un uomo stese sulle scale, con un uomo di fronte, del quale pure vedeva solo le gambe. E poi vide l’assassino uscire dal palazzo, superare il cancello, camminare per strada con un grosso coltello in mano.
I carabinieri, poi, gli mostrarono i video delle telecamere della zona e lui riconobbe abbigliamento (felpa nera con cappuccio in testa, jeans, guanti neri) e , zaino giallo e grigio di quell’individuo. Che si accorse di lui, a un cero punto, tanto che il giovane tirò a sé il cane e attraversò la strada allontanandosi.
Poi è stato ascoltato Andrea Laudisa, che dallo spioncino vide le silouette di vittima e carnefice, con quest’ultimo che sferrava quattro coltellate all’uomo già riverso per terra. E il dramma di aver sentito Daniele dire “Basta” per quattro volte a chi lo stava ammazzando. La moglie avrebbe anche sentito la vittima chiamare “Andrea”, dopo che questi era uscito sul pianerottolo urlando all’assassino già in fuga al piano di sotto che stava guadagnando l’uscita dal palazzo, “Che ca**o stai facendo? Ho chiamato la Polizia”
L’aspetto che accomuna i due racconti è la descrizione dell’andatura dell’assassino dopo quelle fasi a dir poco concitate: “All’inizio pensavamo fosse un terremoto” ha detto il vicino. Entrambi hanno riferito che, dopo quello che è stato un vero e proprio massacro, l’autore si è allontanato dalla scena del crimine “Con una calma glaciale”. Non correva, non sembrava in fuga. Semplicemente camminava. Con passo un po’ più svelto quando era in strada, ma nessuno avrebbe pensato che si trattasse di un uomo che scappava.
Poi è toccato al luogotenente Leo Rizzo del Nucleo investigativo dei carabinieri descrivere la scena raccapricciante del luogo del delitto, il ritrovamento delle fascette stringicavi, dei bigliettini sporchi di sangue, di due flaconi di disinfettante, un pezzo di guanto in nitrile, una scatola contenente un telo “copritutto”. Oggetti mai usati, poi, dall’assassino, che aveva in mente un piano precisissimo. La prossima udienza è stata fissata al 5 ottobre. Altri testimoni saranno ascoltati.
Solo poche ore fa, i periti hanno depositato la consulenza sul diario di De Marco confermando che fosse capace di intendere e volere e la diagnosi di disturbo narcisistico della personalità. Il movente, sempre stando ai diari, una vendetta contro Dio, il mondo e la propria vita che tanto odiava. “Se Dio, se il destino, se il caso non vuole che Daniele e altre persone muoiano allora deve farmi incontrare una ragazza che voglia stare con me, altrimenti non mi fermerò mai e ucciderò sempre più persone” scriveva un mese prima del duplice omicidio.