ROMA- Una regione che dal punto di vista economico torna a crescere dopo una brusca frenata, ma neppure ai ritmi delle altre realtà meridionali. Tra l’altro, con una sanità non ancora all’altezza, agli ultimi posti (indice pari a 43 su 100) per le performance delle pubbliche amministrazioni e qualità dei servizi e con una emorragia di abitanti importante: nel 2016 ha perso 6,9mila residenti, cancellati per andare al nord, con un tasso migratorio pari a -1,7 per mille, tra i più alti. È la fotografia della Puglia restituita dall’ultimo rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno, presentato in mattinata presso la sede romana, alla presenza anche della ministra per il Sud Barbara Lezzi.
Nel triennio 2015-2017, considerato post crisi, la crescita economica è stata modesta. Forte è la disomogeneità tra le regioni del Mezzogiorno: nel 2017, Calabria, Sardegna e Campania registrano il più alto tasso di sviluppo. Più occupazione sì, ma debole e precaria. In Puglia, l’andamento del Pil regionale dello scorso anno si attesta ad un +1,6 per cento, sicuramente di più rispetto al +0,2 del 2016 e al +1 per cento del 2015. “Merito, in particolare, dell’industria delle costruzioni – spiegano dallo Svimez – anche in questo caso trainata dalla spesa dei Fondi europei per le opere pubbliche (+11,5%), ma anche da un’intonazione positiva dell’industria in senso stretto (+9,4%). L’agricoltura pugliese, pur con i problemi che ha vissuto e che continua ad avere, fa registrare una performance positiva (+4% nel triennio) mentre sono sostanzialmente stazionari i servizi, che registrano un modesto +0,7%”.
Pesa ovunque l’ampliamento del disagio sociale, tra famiglie in povertà assoluta e lavoratori poveri. E pesa il nuovo dualismo demografico sintentizzato in “meno giovani, meno Sud”. In 16 anni, sono stati 1,8 milioni i meridionali in fuga e quasi la metà è under34, con un dramma nel dramma: 578mila giovani occupati in meno mentre a trovare lavoro sono stati quasi solo gli over 55. Secondo Svimez, l’esodo dipende dal fatto che ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia. Strettamente collegato è il fenomeno della “povertà sanitaria”: l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie. I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali sono anche alla base di un importante impatto sui redditi.