BARI – Finisce con una fumata nera la riunione fiume della direzione regionale del Partito democratico pugliese. Il nodo da sciogliere sul via libera all’ingresso in giunta di Ruggero Mennea, renziano di Barletta, e al ritorno nell’esecutivo di Gianni Giannini, fedelissimo del governatore e dimessosi un anno fa per una indagine in odor di archiviazione, è tutto ancora lì.
La versione ufficiale è che l’argomento non era all’ordine del giorno. Ma in realtà se ne doveva parlare eccome visto che, poco più in là, su Lungomare Nazario Sauro nel palazzo presidenziale quella risposta era attesa.
Niente di fatto. I veti incrociati sui due papabili restano tutti: il più irremovibile sembra essere l’ex assessore Caracciolo, anche lui dimessosi per una indagine, contrariato dall’ingresso in giunta di Mennea, per questioni territoriali, e di Giannini perché – sostiene – ha una situazione pari alla sua. Ma tant’è.
Nelle prossime ore Emiliano dovrà decidere se imprimere l’accelerata e nominare “d’ufficio” gli assessori mancanti, o concedere ancora del tempo al Pd per giungere ad una sintesi indolore. Scelta che dovrà superare un altro ostacolo: la nomina di Pino Romano, che ancora non ha il placet del suo partito Mdp-Articolo1 e che, tra l’altro, è vincolata dall’assegnazione della delega al Welfare. O così o nulla sembrerebbe aver detto Romano. Ma quella casella già occupata da Totò Ruggeri, non può essere liberata così d’emblée. E visto che di azzeramento di giunta, al momento non se ne parla, Emiliano sta tentando di trovare una soluzione che metta d’accordo entrambi.
In tutto ciò, per ritornare alla direzione del Pd, Marco Lacarra, dopo aver affrontato il risultato elettorale del 4 marzo definito “devastante”, resterà in sella almeno fino all’assemblea nazionale del 21 aprile. Dopo quella data potrebbe presentare le dimissioni e aprire la partita per la sua successione. In pole c’è Fabiano Amati.