Tap, ecco il cantiere in Grecia: “Sequestri, denunce e pressioni”

LECCE-  Un viaggio sui luoghi attraversati dal gasdotto Tap in Grecia svela quello che, per il comitato salentino che si oppone all’opera, è l’ulteriore prova delle difficoltà che starebbe incontrando la multinazionale e del fatto che niente o quasi stia filando liscio sull’altra sponda, tra sequestri, denunce, opposizioni locali e lo sguardo sui finanziamenti pubblici che potrebbero essere erogati.
Gli attivisti, assieme all’associazione Re:common, hanno percorso circa 350 km, la scorsa settimana: da Alessandropoli, sul confine greco-turco, passando per Kavala, fino alla piana di Serres e poi a Salonicco.  A loro avviso, un dato è più che chiaro: il progetto Tap procede sui terreni demaniali, ma si schianta contro le opposizioni dei contadini con i quali non è stato raggiunto un accordo e che non sono stati espropriati.

Queste foto, scattate a Libra, nei pressi di Kavala, ne sarebbero testimonianza: dopo aver tagliato una lunga fila di alberi sul dorso della montagna, la ruspa è stata bloccata sul fondo di questo agricoltore, sotto sequestro da 15 giorni, dopo la denuncia per violazione della proprietà privata e danneggiamento. “I contadini che non cedono vengono accerchiati, i tubi vengono posati lungo i loro campi, per far pressione psicologica”, dicono i No Tap. Dopo, proseguendo verso ovest, raccontano di aver trovato personale addetto a effettuare ancora rilievi con il gps, perché, “si procede a macchia di leopardo e, come in Italia, manca anche lì ancora un progetto esecutivo”.

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La rassegna fotografica presentata in mattinata in conferenza stampa alle manifatture Knos documenta ciò che accade sui luoghi. Qui si è nella zona di Neos Skopos, vicino a Serres, nella ex palude in cui dovrebbe essere costruita una centrale di compressione e spinta, terreni che con le piogge si allagano e che sono continuamente a rischio autocombustione. Motivi per i quali il passaggio di un metanodotto è temuto. È un viaggio che è servito anche a far nascere un fronte comune di opposizione, tra Grecia e Salento. Con un occhio attento anche al portafoglio pubblico.

“Per questo progetto, un anno fa, è stato chiesto un prestito di 2 miliardi di euro alla Banca europea degli investimenti – ha spiegato Elena Gerebizza di re:common –. Se verrà concesso, i governi coinvolti dovranno dare garanzie pubbliche. Il che significa che se Tap non pagherà la banca, i suoi debiti diventeranno i nostri”. Ad oggi, l’accordo sugli investimenti che l’Italia avrebbe già firmato con Tap non è noto.

 

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