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Parla la figlia dell’imprenditore Cosimo Negro: “È stata la xylella ad uccidere papà, lo Stato deve saperlo”

MORCIANO DI LEUCA – Cosimo Negro, per gli amici Cosimino, alla vita, al suo oleificio a Morciano di Leuca, alla sua grande passione per la campagna non avrebbe mai rinunciato. Mai, se solo la xylella non lo avesse costretto ad assistere alla graduale e inesorabile devastazione di quelli ulivi ai quali aveva dedicato la vita sin dall’adolescenza.

Vuole ribadirlo a gran voce sua figlia, Fedora, che incontriamo a Morciano di Leuca, nell’attività avviata dai suoi nonni, ereditata e mandata avanti con amore dal suo papà. Agli inizi di settembre, a 55 anni e dopo una strenua lotta contro la depressione, un gesto estremo lo ha portato via proprio nel suo stabilimento. “La campagna era la sua vita – ci racconta Fedora – e adesso era arrivato ad odiarla. La depressione, giorno dopo giorno, ha preso il sopravvento: era ossessionato dal prezzo lievitato del concime prima e dal caro bollette poi. Non riusciva ad intravedere una via d’uscita, sebbene abbia cercato fino alla fine di capire come resistere”.

E allora è giusto che qualcuno racconti chi era questo giovane uomo un tempo sempre sorridente, giocherellone, disponibile con tutti, ma che gardualmente si è spento, fino ad arrivare al giorno più buio.

Fedora ci accoglie e ci guida all’interno dell’oleificio di famiglia con passo svelto e determinazione, mentre ci racconta ciò che Cosimo Negro è stato, non solo come imprenditore, ma anche come padre, nonno e marito amorevole. Ci racconta ciò che ha fatto fino alla fine per arginare la crisi e prepararsi a fronteggiare, da ultimo, anche il caro energia. Sforzi che lui stesso, però, bollava come “vani”, tanto da ritenersi un fallito, addossandosi tutte le colpe.

Nel giro di cinque anni gli otto dipendenti dell’attività si erano ridotti a due. E anche questo Cosimo non riusciva a perdonarselo. Eppure loro, venuti a conoscenza del nostro arrivo, non hanno esitato a raggiungerci per rendere omaggio a quel titolare speciale. “Cosimino non era un capo, era un amico, un fratello, una persona sempre pronta ad aiutare tutti – racconta Nicola, uno di loro, trattendendo a fatica le lacrime – ad un certo punto, però, non era più lui. Si era spento, aveva pensato anche di chiudere tutto e investire su altro, aveva perso la gioia di sempre“.

Con il nodo in gola ma con la volontà di non arrendersi e ripartire dalla prossima stagione di raccolta, tra un anno, oggi a Fedora non resta che sperare questa tragedia vissuta sulla propria pelle si faccia monito, anche e soprattutto per la politica. “Voglio continuare a produrre olio, dedicando il nome dell’attività a papà – dice – così come voglio che lo Stato comprenda a pieno la solitudine e le difficoltà che tutti gli imprenditori hanno vissuto e stanno vivendo. Tragedie come questa non possono e non devono ripetersi“.

Fedora ci saluta con una promessa che è un inno alla vita: “non ci arrenderemo” dice. Seminando speranza, ci dà appuntamento alla prossima raccolta.

ERICA FIORE

 

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