CASTIGLIONE D’OTRANTO- Strazzavisazz e Maiorca. Gentil Rosso e Saragolla. O Senatore Cappelli. O il miscuglio Ceccarelli. Si fa presto a dire grano. Spighe e chicchi diversi, da cui nascono farine poco raffinate e più digeribili. Sono varietà antiche quelle che tornano nei campi del Salento anche in questa annata. E tornano con un rito atteso, puntuale in ogni autunno da sei anni a questa parte, quello della semina collettiva: anziani ci credono ancora, anche dopo aver superato la soglia dei novant’anni, a insegnare ai bambini come si fa.
Si chiama semina a spaglio quel gesto di misura con cui distribuiscono i semi. A Castiglione d’Otranto, in mattinata, all’esperienza sui campi dei nonni dell’Auser si è affiancata l’attenzione alla trasformazione, con il laboratorio di biscotti con quelle farine portato avanti nel forno di comunità dalla cooperativa Harka, che si occupa dell’inserimento lavorativo di persone “abilmente diverse”.
“Chi semina utopia raccoglie realtà” è il nome che identifica questa giornata, tratto da una citazione del fondatore di Slow Food Carlo Petrini.
Dentro ha il senso di quello che si prova a far accadere in questa comunità, su impulso dell’associazione Casa delle Agriculture Tullia e Gino. Obiettivo: le marginalità. Che sono le campagne abbandonate, che ritornano produttive con il lavoro dei giovani; marginalità come lo sono i disabili, nuovamente valorizzati. Oppure gli anziani, che riprendono ad essere input di nuovo sapere. O i migranti, che sono nuova risorsa.
Convogliare tutto questo in un unico flusso significa nutrire una rete di impegno corale anche attraverso una semina. Ci ha messo del suo la Lilt di Lecce, con una lezione a cura del biologo nutrizionista Giuseppe Piccinno sulla lettura delle etichette alimentari. Ci ha messo del suo Swim-Liberi di Nuotare e L’Adelfia inaugurando un murales dedicato a Rocco Scotellaro. Per il grano ci sarà da aspettare qualche mese, ma il raccolto dei significati più profondi è già iniziato.