LECCE- C’è un documento con il quale la società Tap s’inchiodava da sola all’applicazione della direttiva Seveso. Non una cosa da poco la questione relativa al rischio di incidenti rilevanti, ma “la” questione nevralgica del gasdotto, al momento al vaglio della magistratura e al centro dell’incidente probatorio predisposto dopo la riapertura dell’inchiesta. Quel documento è datato novembre 2014 ed è la risposta alle richieste integrative del comando dei vigili del fuoco di Lecce per il nulla osta di fattibilità, una relazione tecnica stilata dalla stessa multinazionale sull’ “Analisi di rischio del terminale di ricezione italiano e del relativo gasdotto”. Perché è così importante questo documento? Perché è la stessa Tap a qualificare il terminale di ricezione, i cui lavori di costruzione sono stati tra l’altro riavviati nella notte in contrada Masseria del Capitano, come “stabilimento”. Non può essere una svista: la società continuamente ripete quella parola, 28 volte nell’arco dell’intera relazione.
E perché fa la differenza parlare di stabilimento? Perché dopo, con l’avallo di tre Ministeri, il terminale non verrà più qualificato come tale. E questo è uno dei due motivi per i quali è stata esclusa l’applicabilità della direttiva Seveso, una normativa a maglie strettissime, che la società ha potuto così evitare e la cui esclusione è stata anche riconosciuta da Tar e Consiglio di Stato. Questo documento è stato, tra l’altro, depositato in Tribunale dal legale della Regione Puglia, l’avvocato Francesco Zizzari, nell’ambito dell’incidente probatorio ed è dunque al vaglio dei periti che dovranno ultimare il loro lavoro entro il 18 novembre, al netto di una sostituzione di uno di loro, come richiesto dal governatore Michele Emiliano in quanto collega del consulente di parte di Tap.
Per capire l’importanza di questa relazione tecnica è necessario inquadrarla nel periodo in cui è stata redatta: siamo alle soglie della conferenza dei servizi del 3 dicembre 2014, dopo la quale la questione Seveso prenderà un’altra piega. In quello stesso anno, infatti, è il Ministero dell’Ambiente a sottoporre il terminale di ricezione del gasdotto alla legge sul rischio di incidenti rilevanti. Poi, poco prima di quel 3 dicembre, dopo un confronto con i ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Interno, lo stesso Ministero dell’Ambiente arriva a sostenere il contrario e depenna la prescrizione Seveso con un proprio decreto di aprile 2015.
E questo per due motivi: il primo, appunto, è che per loro il Prt non è uno stabilimento, al contrario di come la stessa Tap lo qualifica nell’analisi del novembre 2014; il secondo è che il quantitativo massimo di gas che lì verrà accumulato è pari a 48,6 tonnellate, sotto la soglia delle 50 che farebbero scattare l’applicazione della normativa, anche questo dato tratto – ma stavolta confermato – dallo stesso documento di cui parliamo. Ora è ritornato tutto in ballo con la riapertura dell’inchiesta: si stanno rifacendo i calcoli dei quantitativi, anche per capire come mani nel 2013 il Comando provinciale dei vigili del fuoco arrivò a sostenere che erano 100 le tonnellate di gas presenti. Se si dovesse, con i nuovi calcoli, superare la soglia di 50, si applica a quel punto Seveso? No, se il terminale di Masseria del Capitano continuerà a non essere qualificato come “stabilimento”; sì, invece, se lo è, come Tap stessa sosteneva quattro anni fa, prima che Ministeri e giudici sostenessero il contrario.
Tiziana Colluto