ALESSANO- “Mai monsignor Bello, tanto meno Antonio. Sempre e solo don Tonino, il fratello vescovo povero con i poveri”. Questo è stato scritto di lui e questa è la sintesi di una figura complessa, straordinariamente profonda, capace ancora di parlare alla sua gente e non solo, a quasi 25 anni dalla sua morte. Eppure, nella sua stessa terra c’è ancora chi non conosce il valore del suo pensiero e della sua azione, nonostante da tempo la sua tomba, nel cimitero di Alessano, sia meta di preghiera e pellegrinaggio di fedeli da ogni dove, soprattutto dalla diocesi di Molfetta-Terlizzi-Giovinazzo, dove è stato vescovo per undici anni, dal 1982 al 1993.
Di lui nel suo Capo di Leuca, dove è nato nel 1935, si parla ancora al presente. Troppo intenso il suo messaggio, troppo attuale, senza tramonti, prima da seminarista a Ugento, poi da giovane parroco a Tricase, da vescovo, nel 1982, e soprattutto, tre anni dopo, da presidente nazionale di Pax Christi.
Lui che ha insistito fino alla fine per una “chiesa del grembiule”, al servizio, tra la gente. Lui che concretamente si è speso per la nascita di comunità di recupero di tossocodipendenti, di giovani con disturbi psichiatrici (vedi la cooperativa L’Adelfia), presidiando i luoghi delle povertà e facendo nascere lì Caritas e alloggi. La sua porta, in vescovado, sempre aperta a tutti.
La tutela dell’ambiente una delle sue più importanti battaglie: il suo “meridionalismo ecologico” ha anticipato il pensiero di Papa Francesco. In trincea sempre, poi, per fare della Puglia una “arca di pace e non arco di guerra”, tuonando contro l’espropriazione ai contadini della terra murgiana e contro la militarizzazione di questa regione, prima e durante la Guerra del Golfo e nella ex Jugoslavia. Indimenticabile la sua marcia, a piedi, nella notte di Capodanno di 25 anni fa, in una Sarajevo da otto mesi sotto assedio, assieme a tanti giovani, sfidando i cecchini.
Era già malato, don Tonino. Aveva un tumore allo stomaco, che se l’è portato via quattro mesi dopo, il 20 aprile 1993. Nel 2007, l’inizio della causa di beatificazione. Per il Salento, però, quel “vescovo scalzo” è già santo.