LECCE- Sono ad un passo dalla chiusura le indagini della Procura di Lecce sulle discariche di rifiuti tossici interrate lungo quello che avrebbe dovuto essere il nuovo tracciato della statale 275, ad Alessano e Tricase. Fu l’Indiano di Telerama a portare a galla l’esistenza del primo sito, dove poi le Fiamme Gialle andarono a scavare, confermando la presenza di rifiuti.
Tuttavia, nonostante le bonifiche non siano ancora state avviate, l’inchiesta rischia di trasformarsi in un nulla di fatto. E i motivi sono due. Innanzitutto, il possibile subentro della prescrizione per imprenditori, proprietari dei siti e manager di società che hanno acquistato nel tempo parte dei terreni per fare un impianto fotovoltaico, otto uomini e una donna di Tricase, Alessano, Corsano, Torino, Segrate, Roma. Sono tutti iscritti sul registro degli indagati per i reati di discarica abusiva, anche se a loro non è stato ancora notificato l’avviso di conclusione indagini. Però, sarebbe già maturata la prescrizione. E questo perché il reato di discarica, per buona parte della giurisprudenza, è configurato come reato istantaneo, sebbene con effetti permanenti.
Il che significa che la prescrizione inizia a decorrere dal momento in cui si è consumato, cioè da quando le discariche sono state ufficialmente chiuse, a metà anni ’90. Ecco perché potrebbe essere prossima la richiesta di archiviazione dell’inchiesta da parte del pm Elsa Valeria Mignone, che, dunque, a questo punto, potrebbe optare per la restituzione delle aree, sotto sequestro dal 2014. Quei sigilli sono stati voluti anche e soprattutto per far sentire il fiato sul collo agli amministratori comunali in vista delle necessarie bonifiche, ancora al palo.
Più complicata la posizione, pure vagliata dalla Guardia di Finanza, di sindaci ed ex sindaci che si sono succeduti alla guida dei Comuni di Tricase e Alessano. Per loro nessuna iscrizione sul registro degli indagati, nonostante già un anno fa si valutasse la possibilità di imputare loro il reato di omessa bonifica per i siti di contrada Matine, ex cave riempite di rifiuti in virtù di ordinanze sindacali contingibili e urgenti emanate tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. In quelle discariche, i problemi sono due: ci sono finiti anche rifiuti industriali di calzaturifici della zona, mentre dovevano essere smaltiti solo gli scarti delle civili abitazioni, e poi non sono mai state messe in sicurezza una volta dismesse. Tuttavia, per fare emergere la loro inerzia dolosa, sarebbe necessario dimostrare il superamento di valori soglia di inquinanti ben precisi, ciò che al momento la Asl ha escluso. È il motivo per cui non sarebbe stato possibile ad oggi rubricare il reato in capo agli amministratori comunali, dunque per questo non indagati.