LECCE- Al 31 ottobre, il call center Comdata, l’azienda più grande di Lecce con i suoi 2mila dipendenti, non ha prorogato il contratto in scadenza a circa 140 lavoratori somministrati e interinali. Lo ha fatto, invece, per altri 400 e da lunedì avvierà la stabilizzazione, a blocchi, entro due mesi, per 120 addetti. Una decisione, la prima, che Cgil ha imputato agli effetti del decreto dignità voluto dal vicepremier Luigi Di Maio, analisi che ha suscitato la presa di posizione dei parlamentari locali del M5s, per i quali il sindacato ha lanciato “un allarme campato in aria e strumentale”.
In realtà né stop ai contratti né trasformazione dei 120 interinali in dipendenti a tempo indeterminato paiono trovare fondamento nel decreto. L’azienda ha scelto di non dare spiegazioni, ma, stando ai dati acquisiti da questa emittente da fonti interne qualificate, risulta che una buona fetta di coloro che verranno stabilizzati non rientra nelle categorie per cui sono previste le agevolazioni, poiché, ad esempio, sono lavoratori con più di 35 anni o perché hanno già alle spalle un contratto a tempo indeterminato. Stesse fonti confermano che il turn over, di solito frequente nel call center leccese, è legato alla contrazione del volume di alcune commesse, in particolare quelle di Sky.
“Con la crescita e gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, siamo certi che si vedranno presto tutti gli aspetti positivi di questa riforma”, dicono i deputati pentastellati. Non è così per il sindacato, che già denuncia il rischio mannaia ad esempio in Poste Italiane, per portalettere e addetti allo smistamento con contratti interinali a scadenza.
Lo rimarca Tommaso Moscara, segretario generale della Sl-Cgil di Lecce e Brindisi: “Il problema non è Comdata e non si parla di licenziamenti, ma piuttosto di conclusione di contratti, che mentre prima del decreto venivano rinnovati anche sino a 36 mesi, oggi già a 12 vengono stoppati”. Per Moscara, i numeri delle 120 assunzioni generano un cortocircuito: “Delle due l’una – dice – o c’è un calo di produzione e allora si lasciano a casa i lavoratori; o c’è la conferma dei volumi e si stabilizzano i lavoratori interinali”. “Detto ciò – aggiunge – voglio sottolineare che la questione del blocco dei contratti entro i 12 mesi per evitare di inserire la causale del rinnovo è da qualche settimana una prassi sistematica anche in altre aziende del territorio. Penso ad esempio a Poste Italiane, dove per paura di aprire contenziosi e vertenze i lavoratori vengono bloccati entro i 12 mesi: prima dell’entrata in vigore del Decreto Di Maio, che ribadisco è in vigore dal 14 luglio, non dal 1° novembre, si arrivava tranquillamente fino a 32 mesi”. Un decreto “monco”, è bollato: “seppure scritto con le migliori intenzioni, l’unico risultato che al termine del regime transitorio (dal 14 luglio al 31 ottobre) esso comporta è il fermo dei contratti. Dovrebbe piuttosto prevedere opzioni tali da incentivare le aziende tutte a stabilizzare i lavoratori a tempo determinato e gli interinali, a maggior ragione a fronte di flussi di attività importanti, come nei due casi in questione, Comdata e Poste Italiane”.