TRICASE- Si chiama Mimmo Camassa e vive a Tricase. È lui il pittore che resuscita le icone, dando loro nuova vita attraverso una pittura che infrange la lamina d’oro e rende contemporaneo il messaggio medievale.
Nel fine settimana, ha tenuto una mostra emozionante presso “La rena e le sette bocche”, complesso di grotte usate dai pescatori e di recente ristrutturate grazie anche a Magna Grecia Mare presso Tricase Porto. Un’ambientazione unica: l’impressione era, infatti, quella di stare in un ipogeo di epoca basiliana, una cripta decorata con immagini sacre.
Nato a Bari nel 1964, Camassa si è specializzato nella pittura orientale col maestro Toni Bux e ha tenuto mostre personali anche all’estero. Di recente, nel 2016, una a Salonicco, in Grecia. Tra i riconoscimenti, nel 1999 a Milano ha ottenuto il primo premio Assoluto per le Icone. Le sue opere sono presenti in varie chiese del territorio salentino e presso collezioni private in Italia, Francia, Portogallo,Olanda, Germania, America.
In una critica artistica molto ficcante, il rettore emerito dell’UniSalento Donato Valli scrisse: “Mimmo Camassa ha da tempo raggiunto la sua materità artistica attraverso una costanza e una passione che denotano non tanto una scelta , quanto una nativa disposizione verso la pittura e l‘armonia compositiva. In tal modo il colore ha conquistato una sua purezza, assai simile a quella di una perenne infanzia, equivalente a un costante miracolo di natività, al di sopra di ogni artificio e di una mera tecnica scolastica. Si spiegano così la semplicità, la autenticità, la limpidezza del colore, il quale aggredisce la tavola con una sorta di spontanea intraprendenza, frutto insieme di natura e fede”.
“Tutto ciò – aveva proseguito Valli – ha fatto sì che l’artista portasse la sua pittura sulla soglia di un naturale, sempre rinascente infanzia, recuperando uno stile e un tempo che sono insieme un omaggio alla sua ingenua umanità, al suo amore, alla sua incoercibile dedizione. Sicchè la sua pittura coincide col dato puro dell’esistere attraverso l’esaltazione, altrettanto pura del colore. E’ così che irrompe nella sua fantasia dell’artista la madia dell’icona, nella quale la fissità dello sguardo, l’immobilità dei profili hanno qualcosa di definitivo, di metafisico, di sacrale. Non si tratta della scolastica ripetizione d’un mondo già consolidato di pittura e tanto meno d’una sorta di moda oggi assai diffusa. Si tratta, invece,del recupero della civiltà del dipingere, cioè del recupero di una sorta del colore che ci riporta alle origini della sua essenza primigenia”.