Non può essere una festa dei lavoratori quella del primo maggio se c’è ancora chi,
pur di avere un contratto e non lavorare in nero, accetta di avere condizioni peggiori dei propri colleghi. E sono in tanti in provincia di Lecce a sottostare ai cosidetti contratti pirata, talmente tanti da far diventare questo territorio un caso nazionale. Per i sindacati “da festeggiare, di fatto, c’è ben poco”.
I dati disponibili sull’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro del CNEL parlano chiaro. Se si guarda ai numeri territoriali pugliesi, il contratto cosidetto “pirata” (con più flessibilità ma meno soldi e tutele) presenta nel Leccese una insolita capacità di penetrazione: coinvolge 2.800 lavoratori complessivi su un totale di 23.000 di quelli che operano nei servizi di alloggio e di ristorazione (tradotto: più del 12 per cento). Nelle altre province pugliesi, lo stesso contratto si ferma invece a livelli molto inferiori: 783 a Bari, 304 a Brindisi, 227 a Foggia, 264 a Taranto.
A Lecce non siamo dunque davanti a una curiosità statistica, ma a una vera anomalia locale, con una presenza percentualmente significativa, molto più alta del dato pugliese e nazionale. “Proprio per questo la situazione leccese – tuonano i sindacati – merita una attenzione diversa: non ideologica e a questo punto neppure accademica ma politica e istituzionale”.
“Bisogna rimettere al centro del dibattito pubblico il valore del lavoro dignitoso – incalzano le segreterie provinciali di Cgil, Cisl e Uil Lecce – e per lavoro dignitoso – spiegano – si intende contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti, in un Paese che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale. I contratti pirata viziano il mercato del lavoro, alimentano sfruttamento e nuove forme di schiavismo, tagliano diritti e retribuzioni, attivano un circolo vizioso di concorrenza sleale a svantaggio delle aziende virtuose.
Vincere la battaglia contro il dumping contrattuale è una priorità assoluta per l’intera comunità, perché significa riassegnare al lavoro il ruolo di creatore di cittadinanza”.
Torna sul tema della sicurezza il sindacato Fiadel: “il crescente numero di vittime, infortuni e malattie professionali non solo limitano la capacità lavorativa, ma mettono a rischio l’economia e la stabilità sociale – dice – la sicurezza nel suo complesso rimane un problema centrale per via di un persistente gap culturale che la vede come un costo e non come un investimento. L’auspicio è che non sia solo un affare formativo, attraverso procedure copia incolla giusto per evaderne l’obbligo, ma un continuo impegno etico e morale che si manifesta ogni giorno sul posto di lavoro partendo dalle piccole attenzioni”.
