LECCE – Sconterà la massima pena, quella dell’ergastolo, Albano Galati: così ha sentenziato la Corte d’Assise, presieduta dal giudice Pietro Baffa, al margine dell’ultima udienza del processo di primo grado a carico del 60enne di Taurisano accusato di aver ucciso la moglie, Aneta Danelczyk (con la quale era in corso una causa di separazione) con più di 20 coltellate, raggiungendola in casa il 16 marzo del 2024 e ferendo anche la vicina della donna, che aveva cercato di fermarlo.
Per la prima volta dall’avvio del processo, Galati ha preso la parola in aula. Lo ha fatto leggendo questa lettera:
“Signor Presidente, Signori Giudici,
io non sono un uomo capace di spiegare quello che è successo.Ho sempre lavorato, prima in Svizzera e poi a Taurisano come operatore ecologico. Ho sempre pensato alla mia famiglia e non ho mai fatto mancare niente.A un certo punto la mia vita è crollata. Ero andato via da casa, avevo avviato la separazione, mi ero rivolto ai servizi sociali e alla polizia. Non avevo più niente, neanche i miei risparmi. Mi sentivo umiliato.Mi sono ammalato. Ho avuto l’epatite, la depressione e altri problemi. Prendevo tanti farmaci e medicamenti. Da anni stavo male, con pensieri continui, confusione, paure. Mi sentivo fallito e senza dignità.I miei figli mi stavano vicino, dormivano con me perché avevano capito come stavo.Di quel giorno io ricordo poco. Ho dei vuoti. Ci sono cose che non riesco a mettere insieme e altre che non ricordo proprio. Questo mi tormenta ogni giorno, perché so che è successo qualcosa di gravissimo ma non riesco a capirlo fino in fondo.Io non ho mai voluto fare del male con coscienza. Se è successo qualcosa di terribile, è stato come se non fossi io.Penso ogni giorno alla mia famiglia.Chiedo solo che capiate la mia situazione.Grazie”.
Subito dopo è stata la volta dell’arringa degli avvocati difensori, Luca Puce e Davide Micaletto. “Invochiamo una pena giusta che tenga conto delle condizioni di Galati, che non ha mai ricordato nulla di quel giorno e non ha mai finto questa amnesia, noi possiamo confermarlo. Non è un mostro, è stato un bravo padre. Deve pagare, ma la sua pena non può essere l’ergastolo”. Proprio l”Ergastolo con isolamento diurno è stata invece la pena invocata, nella precedente udienza, dal pubblico ministero Luigi Mastroniani. Il pm aveva aggiunto la contestazione di una nuova aggravante, quella della minorata difesa. Tradotto: la vittima “era affetta da una disabilità del 100 per cento, tale – aveva concluso – da impedirle di opporre resistenza alla brutale aggressione”.
Parlano di “pena giusta” gli avvocati delle parti civili, Francesca Conte (che assiste i figli della vittima ) e Roberto Bray (che assiste la vicina di Aneta che restò ferita tentando di salvarla).
In lacrime, al margine dell’udienza, la figlia maggiore della coppia, Caterina. Una parente dell’imputato, in aula, le ha urlato contro “dovresti vergognarti, tui non sei sua figlia”. Che non si senta figlia di Galati da quel 16 marzo, Caterina lo conferma a gran voce: “leggendo quella lettera ha confermato, fino alla fine, di non essere pentito. Nessun pensiero rivolto a noi figli, nessun senso di colpa, nessuna richiesta di scuse. Così facendo è come se avesse continuato ad accoltellare mia madre”.
