Prima uno scavo a mano con picconi e vanghe. Poi con l’aiuto di un mezzo meccanico, ma alla fine l’esito è negativo. Sotto quel cumulo di pietre indicato dalla testimone non c’è nulla che possa indicare che lì c’era il corpo di Roberta Martucci, la 28enne di Ugento scomparsa dal 20 agosto 1999. Le operazioni in località Tabarano sono iniziate alle 9:30. La ricerca della ragazza è partita con la rimozione dei primi 50 centimetri di terreno. In questo primo strato di sabbia e roccia non è stata rilevata alcuna traccia. Successivamente è entrato in funzione un escavatore per ispezionare l’area a maggiore profondità e con un raggio più ampio. Anche l’intervento del braccio meccanico non ha evidenziato la presenza di resti o elementi utili all’indagine. La terra, per ora, restituisce solo vuoto.
A pochi metri dal perimetro delle ricerche, gli occhi di Lorella Martucci non abbandonano mai il cantiere. La sorella di Roberta è qui, ferma, insieme ai suoi legali, gli avvocati Valentina Presicce e Salvatore Bruno. Osservano il coordinamento del pm Alfredo Manca e il lavoro dei carabinieri della Compagnia di Casarano. È il sopralluogo ufficiale, quello disposto dopo tre archiviazioni e una battaglia legale che Lorella non ha mai abbandonato.
Tutto è ricominciato da un ricordo cristallizzato nei giorni scorsi in una testimonianza formale di una donna resa ai carabinieri. Un cumulo di pietre apparso improvvisamente nell’estate del ’99, proprio nei giorni della scomparsa, da cui proveniva un odore nauseabondo di decomposizione. Un dettaglio che allora i bagnanti notarono, ma che nessuno mise in relazione con il giallo della 28enne.
Proprio in questo punto, lunedì scorso, si era svolto il sopralluogo privato della famiglia che ha spinto la Procura a rompere finalmente gli indugi. Ma la terra di località Tabarano, per il momento, continua a tacere, lasciando intatta la sete di giustizia di una famiglia che aspetta da quasi trent’anni.
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