Non chiamatela solo riforma, chiamatela rivoluzione del sistema. A Lecce, l’evento “Le Ragioni del Sì” ha riunito politici, avvocati e protagonisti della storia giudiziaria italiana per smontare i pregiudizi sulla riforma e metterne a nudo i contenuti. Dal sorteggio dei membri del CSM per abbattere il correntismo, alla separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica. Ad aprire il confronto il sindaco Adriana Poli Bortone, che sposta l’asse del dibattito dai numeri dei consensi alla sostanza delle norme, nate – spiega – per correggere le distorsioni emerse con il caso Palamara.
Un concetto, quello della “terzietà” del giudice, che per i sostenitori del sì non è un attacco all’autonomia, ma il completamento naturale del sistema accusatorio e del “giusto processo” già previsto in Costituzione. La riforma è l’evoluzione necessaria per adeguare le carriere a funzioni che, nei fatti, sono già profondamente diverse.
Ed è proprio Antonio Di Pietro, l’uomo simbolo di Mani Pulite, a smentire con forza il racconto di una magistratura che perderebbe la sua indipendenza. Per l’ex magistrato, la riforma non “imbavaglia” le procure, ma le libera dal peso delle appartenenze interne, garantendo al cittadino un arbitro che non sia “parente” dell’accusatore.
Le parole della legge – per i sostenitori del sì – parlano chiaro. L’obiettivo è la diagnosi di un sistema che non funziona più e la ricerca di una soluzione adeguata.
