Non una sola sparatoria, ma due azioni di fuoco distinte, maturate a distanza di pochi minuti e legate da una spirale di violenza che, secondo il giudice, nulla avrebbe a che fare con logiche di difesa. È uno dei passaggi più significativi contenuti nell’ordinanza cautelare che ha portato in carcere Michel Barba, di 45 anni, e i fratelli Gabriele e Bernardo Gatto, di 40 e 49 anni, protagonisti della violenta sparatoria del 27 ottobre scorso tra via Carlo Massa e via Giuseppe Castiglione, a Gallipoli.
Prima ancora che Barba venisse ferito, alle 19.08, le telecamere di sorveglianza raccontano di un appostamento da parte del padre dei fratelli Gatto, immortalato alle 18.27 con il cane al guinzaglio nei pressi dell’abitazione di Barba, per poi ritornare da solo e attendere circa 20 minuti all’ombra, finchè non incontra nei pressi di un box Barba. I due iniziano a discutere fino a quando il più giovane non avrebbe estratto un’arma, una pistola a salve modificata e resa idonea a sparare proiettili calibro 6.35, esplodendo almeno un colpo. Il proiettile, si legge negli atti, non colpì il bersaglio ma andò a impattare contro lo sportello lato guida di un’auto parcheggiata, all’altezza della maniglia.
Le immagini registrate dagli impianti comunali e da una rivendita sotto i portici raccontano poi il seguito: l’arrivo del Ssangyong Rexton in uso a Gabriele Gatto, ripreso mentre compie più giri attorno all’isolato, inversioni improvvise e rallentamenti sospetti proprio nei pressi dell’abitazione di Barba. Una sequenza che gli investigatori interpretano come un vero e proprio pattugliamento, culminato nell’inseguimento a piedi e nei colpi d’arma da fuoco che avrebbero raggiunto Barba al torace.
La ferita riportata “in corrispondenza di organi nobili, polmone e soprattutto cuore” viene definita dal consulente medico-legale potenzialmente letale. Solo l’intervento chirurgico d’urgenza al “Vito Fazzi” avrebbe evitato conseguenze irreversibili.
Colpisce, nell’ordinanza, anche la descrizione del clima successivo ai fatti. “A caldo” Barba avrebbe indicato senza esitazioni i presunti aggressori. Con il passare dei giorni, però, il suo ricordo sarebbe diventato “fluido, opaco, quasi nullo”. Un atteggiamento che gli investigatori leggono non come paura, ma come scelta strategica: tacere per non aggravare la propria posizione, alla luce del ruolo avuto nella prima azione di fuoco.
Le perquisizioni domiciliari, infine, avrebbero aggiunto ulteriori tasselli: una giacca rossa sequestrata nell’abitazione di Bernardo Gatto, cappellini neri trovati in casa del fratello Gabriele, bossoli calibro 22 recuperati all’interno dell’auto. Frammenti materiali che, insieme agli stub e alle intercettazioni, compongono il mosaico indiziario ritenuto grave dal gip che in mattinata, alle ore 10, incontrerà i tre in carcere per l’interrogatorio di garanzia.
post precedente
post successivo
