BRINDISI – La città torna al centro del dibattito nazionale con la vertenza legata alla centrale Enel di Cerano. La chiusura dell’impianto, prevista entro il 31 dicembre 2025, rappresenta uno dei passaggi più delicati del percorso di decarbonizzazione avviato dal decreto 36/2022. Un provvedimento che, sulla carta, avrebbe dovuto garantire non solo la cessazione dell’uso del carbone, ma anche un piano di riconversione industriale e di riqualificazione dei lavoratori.
Eppure, a poche settimane dalla scadenza, la realtà appare ben diversa. Circa cinquanta dipendenti dell’indotto hanno già ricevuto lettere di licenziamento, mentre altri duecento mantengono un presidio permanente davanti ai cancelli della centrale. La paura è che la transizione energetica si trasformi in un processo di desertificazione produttiva, con conseguenze drammatiche per un territorio già segnato dal disastro ambientale e occupazionale.
Di fronte a questa situazione, il senatore Mario Turco ha depositato un’interrogazione parlamentare indirizzata ai ministeri dell’Ambiente, delle Imprese e del Lavoro. L’obiettivo è ottenere risposte rapide e concrete per i lavoratori, molti dei quali potrebbero essere reimpiegati immediatamente nelle operazioni di smantellamento e bonifica del sito.
La mobilitazione ha coinvolto anche la Regione Puglia, gli enti locali e le parti sociali, chiamati a fare pressione sull’esecutivo affinché vengano rispettati gli accordi. La chiusura della centrale non è solo una questione occupazionale: riguarda la bonifica di un’area che per decenni ha rappresentato uno dei poli energetici più inquinanti del Paese.
Senza un intervento immediato, il rischio è che la transizione energetica diventi sinonimo di crisi occupazionale e desertificazione industriale, proprio nei territori che più avrebbero bisogno di un futuro sostenibile.
