Centro di procreazione assistita al Vito Fazzi, attivazione ancora lontana

LECCE- È ancora lontana l’attivazione del centro di procreazione medicalmente assistita che era stata annunciata entro giugno dell’anno scorso nell’ospedale Vito Fazzi di Lecce. È stato definito il progetto, con due piani distinti: uno per i trattamenti di primo livello (con inseminazione intrauterina semplice), l’altro per le terapie di secondo livello (con fecondazione in vitro e trasferimento dell’embrione). Ma soltanto il primo piano sarebbe in allestimento, mentre per l’altro si starebbero ancora definendo spazi e organizzazione, secondo quanto riferisce a Telerama l’avvocato Stefano Martina, legale di una settantina di coppie che, dopo la chiusura del centro Pma di Nardò, sono rimaste senza un centro pubblico di riferimento e hanno dovuto proseguire altrove il proprio percorso per diventare genitori.
Considerato che la struttura pubblica più vicina si trova a Conversano, nel barese, ed è lunga la lista d’attesa, la sola via possibile – per le coppie che ne hanno la possibilità economica – è quella di rivolgersi ai centri privati, sostenendo i costi del trasferimento dei materiali biologici da Nardò e quelli dei cicli di terapie, senza alcun sostegno da parte della Asl di Lecce, perché il fondo per la procreazione medicalmente assistita è esaurito ormai da tempo.
Ad oggi – sottolinea l’avvocato Martina – devono essere ancora trasferiti a Lecce i materiali biologici conservati a Nardò (tranne per le coppie che l’hanno già fatto a proprie spese in altri centri) e non c’è ancora una comunicazione ufficiale in merito.
Un dramma senza fine per le tante coppie salentine, “orfane” dell’assistenza sanitaria e umana trovata nel centro di Nardò, costrette a peregrinare in cerca di un nuovo punto di riferimento che possa dare sostanza al sogno legittimo di mettere al mondo un figlio.
L’avvocato Martina, che ha raccolto il grido di aiuto di queste coppie, ciascuna con la propria storia di sofferenza e di speranza, rimarca ritardi e incongruenze della burocrazia sanitaria locale e regionale, ma anche i buchi della legge nazionale 40 del 2004 sulla procreazione assistita, carente già in partenza e ridotta a colabrodo da continue modifiche in Corte Costituzionale e in Cassazione.
E intanto, il destino di tante nuove vite resta in sospeso.

 

 

 

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*