Schiavitù nei campi, la Cassazione: “Assoluzioni non motivate”

“Erronea impostazione di fondo, parcellizzata visualizzazione di aspetti della vicenda, cifra motivazionale inappagante in considerazione della complessità del caso e, in ultima analisi, fortemente lacunosa”.

Sono solo alcune delle frasi riportate nella sentenza con la quale i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno annullato quella della Corte d’Assise d’Appello di Lecce che tre anni fa aveva assolto imprenditori e ‘caporali’ accusati di aver fatto parte di un’associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento e alla riduzione in schiavitù dei migranti tra il 2008 e il 2011.

Una sentenza che aveva ribaltato la condanna in primo grado per 13 imputati tra cui quattro imprenditori e nove caporali africani accusati di aver costretto decine di migranti impegnati nella raccolta di pomodori e angurie nelle campagne di Nardò a lavorare e a vivere in condizioni disumane sotto il sole, senza acqua, in casolari semiabbandonati.

La Cassazione, accogliendo i ricorsi presentati dalla Procura generale, dalla regione Puglia, dalla Cgil, dall’associazione Finis Terrae, dai lavoratori e da Ivan Sagnet, portavoce di una denuncia che portò all’operazione “Sabr”, ha quindi stabilito che il processo in appello deve essere rifatto.

Nelle 50 pagine di motivazione a firma del Consigliere Estensore Rossella Catena e del presidente Gerardo Sabeone i giudici criticano fortemente l’operato della Corte d’Assise d’Appello, per aver tralasciato testimonianze, per mancanza di una valutazione critica e per l’esclusione della sussistenza del reato di riduzione in schiavitù che i giudici non avevano ritenuto ravvisabile nella situazione neretina, né riferibile alla diretta volontà degli imprenditori: i migranti giungevano spontaneamente a Nardò provenendo da altre parti d’Italia e potevano liberamente allontanarsi dalla località una volta cessata la raccolta stagionale.

L’annullamento con rinvio della Cassazione stabilisce quindi un nuovo processo in un’altra sezione della Corte d’Appello e riconosce il risarcimento delle spese legali alle parti civili.

 

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