Omicidio Bancomat, l’imputato: chiedo perdono, ero sotto effetto di alcool e cocaina

LEQUILE – Gli imputati, Paulin Mecaj, 31 anni di origini albanesi e Andrea Capone, 28 anni, erano in aula.

A pochi metri i tre figli di Giovanni Caramuscio, il 69enne di Monteroni ucciso la sera del 16 luglio scorso mentre prelevava del denaro dallo sportello del Banco di Napoli a Lequile.

Assente perché ancora troppo provata la moglie, Anna Quarta, che quella sera era con lui e che ha assistito al tentativo di rapina e alla morte del marito, ucciso davanti ai suoi occhi da alcuni colpi esplosi dalla pistola impugnata da Mecaj.

Il processo ai due responsabili, che hanno confessato l’omicidio, incastrati dalle telecamere della banca, dai vestiti, dai loro spostamenti successivi e da un testimone minorenne, entra nel vivo.

Il presidente della corte d”assise Pietro Baffa ha respinto la seconda richiesta di rito abbreviato avanzata dagli avvocati difensori Luigi rella, Maria Cristina Brindisino e Raffaele De Carlo. “Inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo” la motivazione.

Il processo continua quindi con il dibattimento in aula che vedrà alternarsi diversi testimoni, a cominciare dal maggiore Francesco Mandia, comandante del Nucleo Investigativo dei carabinieri di Lecce e del luogotenente Pantaleo Rizzo della Scientifica, che hanno ricostruito, anche con immagini e video, le fasi della sanguinosa rapina e poi le indagini.

Così come fatto da Andrea Capone anche Paulin Mecaj ha voluto scrivere una lettera indirizzata al presidente della Corte e depositata nella quale chiede perdono alla famiglia:

“ Non volevo ammazzare il signor Caramuscio- si legge nella lettera, volevo solo fare una semplice rapina. Quella sera avevo bevuto molto e assunto della cocaina, non ero in me e involontariamente ho premuto il grilletto. Chiedo perdono dal profondo del mio cuore.”


 

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