I tentacoli del clan Briganti sulle bancarelle di Sant’Oronzo. 167 sotto scacco

LECCE – “L’anno scorso ti ricordi che era un casino per togliergli 50 euro? Dobbiamo fare 20 euro al giorno, che non ti pesano, capito?“.

Così Francesco Capone e Carlo Zecca, inconsapevolmente intercettati, decidevano la quota da estorcere quotidianamente ai gestori delle bancarelle in occasione della Festa di Sant’Oronzo a Lecce. Il discorso tra i due, ritenuti affiliati al clan Briganti e per i quali è scattato l’arresto al margine dell’operazione Game Over, ha consentito agli inquirenti di ricostruire gli affari estorsivi del sodalizio, anche in occasione delle feste.

Se gli chiedi 100 euro al giorno ti chiamano subito la questura – ragionavano pianificando il da farsi, alla soglia della festa dei Santi Oronzo, Giusto e Fortunato del 2019  – 20 euro al giorno invece non ti pesano“.

Al margine del primo giro tra gli ambulanti, i due fanno il punto in una successiva conversazione. Esito della raccolta: 450 euro, sempre spendendo il nome del Clan Briganti.

Nell’ordinanza di applicazione di misure cautelari, firmata dal giudice per le indagini preliminari, Marcello Rizzo, si precisa che: “gli ambulanti hanno aderito alla richiesta perché assoggettati alla forza di intimidazione del vincolo associativo di cui Francesco Capone si è avvalso, facendo loro capire che agiva per conto di un sodalizio che esercitava il proprio controllo sul territorio, con la minaccia implicita che il mancato pagamento avrebbe esposto i destinatari della richiesta a pesanti ritorsioni“.

Altro punto di forza del Clan, la disponibilità di armi, occultate anche in zona 167B a Lecce, alcune delle quali reperite nel campo sosta Panareo. In una delle conversazioni intercettate, dal campo si fa presente la possibilità di reperire e fornire agli affiliati anche un bazooka.

Da domani – sentenzia, alla luce dei nuovi acquisti, Daniele De Vergori (anche lui ritenuto affiliato e arrestato)- si deve camminare tutti con il T-max e con i ferri“, facendo riferimento al grosso carico di armi.

Proprio in zona 167B, un quartier generale del clan, i residenti avrebbero vissuto sotto scacco. A testimoniarlo una conversazione intercettata tra la madre di un minorenne residente in quell’area, accusato dal clan di essere un “cane sciolto”, e un sodale. Il ragazzo, autore di reati commessi in autonomia e non “benedetti” dagli affiliati, non è visto di buon occhio. La donna – venuta a conoscenza di tutto questo – implora pietà per il figlio, spiega di aver avuto una casa in quella zona e di vivere grazie al lavoro umile e faticoso di addetta alle pulizie. Supplica di non costringerla ad andar via.

Affiliarsi al clan per evitare di essere tacciati di “lesa maestà”, e dunque essere perseguitati, era doveroso. Lo si faceva con tanto di citazione di tre leggendari cavalieri “Osso, Mastrosso e Carcagnosso” e un taglio sul dito. E di fatto entrare nelle loro grazie significava, stando alle promesse, rinascere a nuova e gloriosa vita.

E.Fio

 

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