“Volevo tornasse con me, ho perso la testa”: il racconto dell’omicidio di Sonia

LECCE – «Le sono andato incontro e le ho detto “torniamo a Napoli”. Mi ha risposto: “no, è tardi”. E in quel momento ho perso la testa». Salvatore Carfora, 38enne di Torre Annunziata e reo confesso dell’omicidio di Sonia Maggio a Specchia Gallone il primo febbraio dello scorso anno, ha ricostruito così i momenti immediatamente precedenti all’assassinio della giovane ex originaria di Rimini, in strada, nella frazione di Minervino, dove la 29enne si era rifatta una vita.

«Non volevo ucciderla» ha detto nell’aula bunker di Borgo San Nicola, dinanzi ai giudici della Corte d’Assise (Presidente Pietro Baffa, a latere Francesca Mariano e i giudici popolari). Al suo finaco l’avvocato difensore Francesco Solinas. In quel momento era presente anche la mamma di Sonia.

Carfora si è dichiarato pentito. Stando a quanto raccontato, avrebbe agito di impeto in preda alla rabbia e alla gelosia. A fargli perdere il controllo il diniego di lei, alla proposta di tornare insieme a Napoli. Il coltellino che aveva in tasca e con il quale ha sferrato più di 30 coltellate a suo dire sarebbe servito per sopravvivere durante i giorni pianificati nel Salento senza un alloggio: dal tagliare un panino per pranzo all’eventuale difesa da aggressioni.

Anche il compagno di Sonia è stato ascoltato in aula. La sua ricostruzione è diametralmente opposta a quella del reo confesso. Secondo il fidanzato, infatti, Carfora l’avrebbe aggredita alle spalle, in silenzio. Avrebbe dunque raggiunto Minervino con il chiaro intento di portare a compimento il piano.

Sono stati ascoltati anche la mamma della vittima e il suo compagno, che hanno definito il rapporto tra i due ex altalenante e burrascoso.

In aula anche il medico legale Tortorella, a cui fu affidata l’autopsia, e l’autista del bus con cui Carfora ha raggiunto il Salento.

La prossima udienza, quella decisiva, è fissata per il 15 febbraio.

E.FIO

 

 

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