Disturbi alimentari e burocrazia, “mia figlia sta morendo nell’indifferenza”

LECCE – La chiama “Paoletta” papà Angelo. Sua figlia oggi ha 23 anni, l’anoressia continua a consumarla da quando ne aveva 19. Adesso pesa poco più di 40 chili. In sostanza è tornata una bambina. E quello che è peggio è che la sua famiglia dal 2019, momento in cui le è stato diagnosticato il disturbo alimentare che la affligge, combatte e come. Ma lo fa contro i mulini a vento.

In Puglia non ci sono strutture residenziali pubbliche per i disturbi alimentari. Eppure l’assessore regionale Lopalco in Commissione Sanità il 12 luglio scorso – rispondendo ad un’interrogazione apposita del consigliere Pagliaro – garantì una soluzione entro settembre. Annunciò, in quell’occasione, l’attivazione di un centro ponte, con 12-14 posti letto nell’ospedale di San Cesario. Il tutto in attesa che venga completata la ristrutturazione del centro già in programma, all’ex Vito Fazzi di Lecce. Ad oggi, però, tutto tace.

Papà Angelo in questi 4 anni ha tentato di garantire la giusta assistenza alla figlia, spostandosi in tutta Italia. Paola è stata ricoverata in diverse strutture private convenzionate e poi periodicamente dimessa e spostata in altre. In alcune è stata rifiutata senza neanche essere visitata. La motivazione addotta: la patologia è troppo grave -è stato riferito alla famiglia- e qui non possiamo garantirle la giusta assistenza.

Tutte cose denunciate, nero su bianco, dalla famiglia ai carabinieri. “In questo modo sono anche diventato un papà scomodo – rimarca Angelo – e le cose sono andate anche peggio. Ho denunciato la lunghezza delle liste d’attesa, le cure inadeguate nei centri e che ne hanno reso necessario il ricovero in ospedale, i rifiuti arbitrari incassati e che ci portano a vivere con la valigia in mano e senza alcun miglioramento per mia figlia”.

Se esistesse in Puglia una struttura residenziale pubblica Paola non potrebbe essere rifiutata. E suo padre lo ha fatto presente, qualora ve ne fosse bisogno, al Governatore di Puglia e alla Ministero della Salute. E soprattutto questa famiglia non dovrebbe viaggiare continuamente, sostenendo spese corpose, nel disperato tentativo di salvare la ragazza.

Insomma Paola rischia di essere vittima non del suo disturbo, ma della burocrazia e delle mancanze sul fronte sanitario. “E questa -conclude il papà- è una beffa, sulla pelle di una ragazza che vuole vivere, ma per farlo ha bisogno di aiuto. Anzi, ne ha diritto”.

 

 

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