Taranto, il ministro Giorgetti: “Presto piano industriale compatibile”. Delusione ambientalista: “Nuove azioni”

TARANTO- “Alla luce del pronunciamento del Consiglio di Stato sull’ex Ilva, che chiarisce il quadro operativo e giuridico, il governo procederà in modo spedito su un piano industriale ambientalmente compatibile e nel rispetto della salute delle persone”. Ad annunciarlo è il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. “Obiettivo – spiega in una nota- è rispondere alle esigenze dello sviluppo della filiera nazionale dell’acciaio accogliendo la filosofia del Pnrr recentemente approvato”.

Acciaierie d’Italia si dice pronta a “presentare già dalla prossima settimana, insieme con i suoi partner industriali Fincantieri e Paul Wurth (ex Italimpianti), la propria proposta di piano per la transizione ecologica dell’intera area a caldo dello stabilimento di Taranto, tramite l’applicazione di  tecnologie innovative ambientalmente compatibili e con l’obiettivo di una  progressiva e costante riduzione delle quote emissive, che vada anche oltre le attuali prescrizioni”. Lo rende noto la società spiegando che “il piano è un progetto di durata pluriennale allineato agli obiettivi di compatibilità ecologica stabiliti dall’Unione europea per i target di impatto climatico ed energetico ed è suddiviso in più fasi tali da consentire la puntuale rilevazione dei risultati raggiunti. L’obiettivo è la produzione di green steel nel nostro Paese”.   Acciaierie d’Italia è disponibile “a verificare la proposta di piano di transizione ecologica e trasformazione industriale con tutti i soggetti coinvolti, dalle Istituzioni alle Comunità locali, al sindacato e agli operatori dell’indotto”.

“L’ordinanza sindacale rappresenta in ogni caso un punto di non ritorno – dice invece il sindaco Rinaldo Melucci – ora bisogna convocare il tavolo dell’accordo di programma. C’è poca sorpresa sulla sentenza del Consiglio di Stato, al netto di alcuni passaggi sui quali sarebbe opportuno riflettere. Di certo oggi nessuno può sentirsi banalmente assolto. Con la mia ordinanza abbiamo chiamato lo Stato alle sue responsabilità sul futuro dell’ex Ilva e sulla salute dei tarantini. Ora la palla passa alla politica e al Governo, bisogna dimostrare che l’Italia è un paese civile e coraggioso. Dal canto mio ho, perciò, la coscienza a posto, ho fatto tutto quello che era nei poteri del sindaco per provare a difendere la mia comunità. La battaglia continuerà finché non ci sarà un tavolo per l’accordo di programma che sancisca la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento ionico”.

La delusione del fronte ambientalista si fa sentire tutta. 

“La sentenza del Consiglio di Stato tra le ragioni dei cittadini e le ragioni dell’azienda ha ritenuto più fondate le ragioni dell’azienda. Ne prendiamo atto”. È il commento del Comitato Cittadino per la Salute e l’Ambiente a Taranto, che riunisce sei associazioni impegnate su questo fronte, che comunque fanno sapere che non ci sarà un passo indietro: “Questa sentenza non riduce ma aumenta la nostra determinazione nel condurre con ancora più vigore la lotta per la tutela dei diritti inalienabili dei cittadini esposti ad un rischio sanitario inaccettabile. Tale rischio sanitario inaccettabile è attestato dalla nuova valutazione danno sanitario (VDS) che certifica per il futuro un elevato rischio cancerogeno in base all’attuale autorizzazione integrata ambientale a 6 milioni di tonnellate/anno per l’azienda. Siamo inoltre in presenza di eccessi di mortalità anche recenti (calcolati fino al 31 dicembre 2020) nei tre quartieri più vicini al polo industriale, accertati con i dati dell’anagrafe comunale. Infine sono emersi i gravi effetti neurotossici di piombo e arsenico sui bambini di Taranto che vivono vicino all’industria pesante. Una sentenza favorevole alle ragioni aziendali non fermerà l’accertamento di tutti i danni alla salute e la nostra lotta per porvi fine”.

Viene annunciata, dunque, dalle associazioni una iniziativa di tutela che “solleciti contemporaneamente la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, il Comitato ONU per i diritti dell’infanzia di Ginevra, la Commissione Europea di Bruxelles, tutti gli organi nazionali preposti alla tutela dell’infanzia e infine anche la Procura della Repubblica per quanto di propria competenza”.

Si fa sentire anche il mondo delle associazioni impegnate sul fronte della tutela ambientale in tutta Italia: “Ancora una volta viene quindi negata giustizia a Taranto, nonostante la sentenza del Tribunale amministrativo di Lecce avesse emesso una sentenza con opportuni richiami a precedenti espressioni dello stesso Consiglio di Stato”. Nella rete, per il territorio ionico, ci sono tra gli altri le organizzazioni Giustizia per Taranto, Legamjonici, Taranto Respira, Peacelink,  Associazione Verdi Taranto e altri ancora.  La sentenza viene giudicata “come sempre” sbilanciata “verso la produzione e il profitto piuttosto che la vita. Investire sui prodotti invece che sul capitale umano è una strategia economicamente perdente, politicamente miope e retrograda, foriera di ulteriori fallimenti economici e sociali cui la nostra comunità non intende arrendersi. Tuttavia, nonostante questa battuta d’arresto, la battaglia che conduciamo da anni non si ferma ed ha ancora svariati e fondati motivi per essere combattuta e vinta: i fantomatici piani del Governo per l’ex-Ilva, infatti, restano assai precari e non supportati né a livello economico, né tecnico e né da evidenze che escludano ulteriori ricadute sanitarie sul territorio. A ciò si aggiungono la condanna comminata nel 2019 allo Stato italiano da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la pesantissima confisca degli impianti dell’area a caldo decisa qualche giorno fa nel processo Ambiente Svenduto, cui si è aggiunta anche quella pecuniaria di oltre due miliardi di euro ai danni di Ilva in Amministrazione Straordinaria. La confisca degli impianti darà, di fatto, la possibilità ad ArcelorMittal di recedere dal contratto di acquisto, lasciando Invitalia a gestire da sola una situazione che ormai fa acqua da tutte le parti. Quella pecuniaria, invece, pone un pesante macigno sulle possibilità economiche del Governo di dar seguito ai piani di riconversione annunciati, che comunque restano improbabili tanto quanto la possibilità di rendere compatibile la fabbrica con le vite dei tarantini. A pendere inoltre sulla nuova compagine societaria, che in un paradosso tutto italiano vede in Mittal un socio ed al contempo un concorrente dello Stato, ci sono anche gli esposti che la città continua a produrre per dimostrare l’esposizione ancora attuale agli inquinanti industriali. La crisi che attanaglia la fabbrica si trascina ormai da anni e dimostra l’impossibilità di trovarvi soluzione come la politica si ostina a concepire. In questo momento storico c’è l’irripetibile opportunità di attingere ai fondi europei per compiere scelte realmente risolutive dei drammi della nostra comunità. Occorre un programma di risanamento e riconversione che coinvolga tutta la città e attorno al quale scrivere una nuova e sana pagina di storia per Taranto”.

 

 

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