Ilva, sentenza storica: oltre 20 anni di carcere ai Riva, 3 anni e mezzo a Vendola. Confiscata parte del siderurgico

TARANTO- L’inquinamento a Taranto ora ha dei colpevoli, con nomi e cognomi: 22 e 20 anni di carcere sono stati inflitti a Fabio e Nicola Riva, ex proprietari ed ex amministratori dell’Ilva; 21 anni a Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento tarantino; 21 anni e sei mesi a Girolamo Archinà, consulente dei Riva e responsabile dei rapporti istituzionali, considerato il vero “deus ex machina”; 18 anni a testa, invece, per i fiduciari dell’azienda, coloro che avrebbero costituito un governo ombra dell’acciaieria.

E’ durissima la sentenza di primo grado emessa nell’ambito del processo “Ambiente svenduto” relativo alla gestione del siderurgico nel periodo dei Riva, dal 1995 al 2013. I vertici di Ilva sono stati giudicati “colpevoli” di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro. In mattinata, per quasi due ore la presidente della Corte d’Assise,  Stefania D’Errico, ha letto il dispositivo. La decisione è stata assunta dopo giorni di camera di consiglio, iniziata il 19 maggio in seguito al dibattimento.

E ce n’è per tutti, anche per il versante politico.  La Procura aveva invocato la condanna a 5 anni, ma è stato condannato a 3 anni e sei mesi l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, imputato per concussione aggravata in concorso con l’accusa di aver fatto pressioni su Arpa perché ammorbidisse la sua posizione sulle emissioni dell’Ilva. Per aver sottaciuto quelle presunte pressioni è stato condannato a due anni anche l’ex direttore di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, che aveva scelto di rinunciare alla prescrizione. Dichiarata la prescrizione per Donato Pentassuglia, attuale assessore regionale all’Agricoltura: la Procura aveva chiesto per lui la condanna a otto mesi per favoreggiamento. 3 anni, invece, è l’ammontare della pena per l’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido: i pm ne avevano invocati 4 per presunte pressioni sull’ente per il rilascio di autorizzazioni ambientali per una discarica all’interno dello stabilimento.

Per Lorenzo Liberti, che da consulente della Procura avrebbe accettato una mazzetta da 10mila euro per addomesticare una perizia, pena  severa: 15 anni, comunque due in meno rispetto a quanti richiesti dall’accusa.  Assoluzione per l’ex prefetto di Taranto, Bruno Ferrante, presidente di Ilva nel periodo di transizione. Confiscata, inoltre, l’area a caldo dello stabilimento, la più inquinante, passaggio che però non comporta ripercussioni sulla produzione. All’Ilva, ancora, è stata comminata una sanzione da 4 milioni ed è stata disposta la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire spa e Riva forni elettrici, per un ammontare di 2 miliardi e 100 milioni di euro.

E’ il conto presentato nell’ambito del maxiprocesso con 47 imputati: la decisione dei giudici conferma in sostanza l’impianto accusatorio ricostruito dai pm Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannarile, che avevano chiesto 35 condanne per un totale di quattro secoli di carcere, il non doversi procedere per prescrizione per altri nove imputati, sanzioni pecuniarie e misure interdittive per le tre società Ilva, Riva Fire e Riva Forni elettrici, oltre alla confisca degli impianti. In particolare, avevano invocato la condanna a 28 anni per Fabio Riva, Archinà e Capogrosso e a 25 per Nicola Riva.

Come ammesso dagli stessi periti – ha commentato Luca Perrone, difensore di Fabio Riva –  sotto la gestione dei Riva Ilva ha sempre operato e prodotto rispettando tutte le normative vigenti. I Riva hanno costantemente investito ingenti capitali in Ilva al fine di migliorare gli impianti e produrre nel rispetto delle norme. Il totale degli investimenti erogati sotto la loro gestione ammonta a 4,5 miliardi di euro, di cui 1,2 miliardi di natura specificatamente ambientale. Cifre e numeri che sono stati certificati dal Tar e dalle due sentenze del Tribunale e della Corte di Appello di Milano di assoluzione piena perché i fatti non sussistono, perché non c’è stato dolo e perché gli investimenti realizzati sono stati veri e cospicui”. Secondo l’avvocato Perrone, che ha annunciato ricorso in appello, “come anche certificato dall’Arpa, nel corso della gestione Riva sono state adottate le migliori tecniche/tecnologie allora disponibili (Best Available Technology del 2005) e come sempre i Riva si sarebbero prontamente adeguati anche a quelle del 2012 nei quattro anni successivi previsti dalle normative”.

Diverse organizzazioni hanno atteso la “sentenza storica” per la città in presidio nei pressi della Scuola sottufficiali della Marina militare. Presenti non solo i portavoce del movimento “Giustizia per Taranto” ma anche rappresentanti del movimento Tamburi Combattenti e delle associazioni che aderiscono al Comitato per la Salute e per l’Ambiente (Peacelink, Comitato Quartiere Tamburi, Donne e Futuro per Taranto Libera, Genitori Tarantini, LiberiAmo Taranto e Lovely Taranto).

Circa mille le parti civili, per richieste di risarcimento danni pari a 30 miliardi di euro: 10 miliardi è quanto ha chiesto il Comune di Taranto, 30 milioni, invece, la Regione Puglia, anche nei confronti dell’ex presidente Nichi Vendola.

Imputati per associazione per delinquere anche Francesco Perli, legale dell’Ilva, e i fiduciari dei Riva, vale a dire Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone. Inoltre, di mancato impedimento di una “quantità enorme” di emissioni, contaminazione dei terreni con l’avvelenamento di 2mila 271 capi di bestiame e distruzione di diverse tonnellate di militi del primo seno del Mar Piccolo di Taranto avvelenati da diossina, pcb e metalli pesanti, rispondono i dirigenti Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Di Maggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò, l’ex presidente Bruno Ferrante (escluso relativamente ai capi di bestiame), e l’ex direttore del siderurgico di Taranto e attuale direttore generale di Acciaierie d’Italia, Adolfo Buffo. Per quest’ultimo, le pene richieste erano di vent’anni; sette per Perli (che risponde assieme all’ex governatore pugliese Nichi Vendola di pressioni sui vertici Arpa Puglia, l’Agenzia regionale protezione ambiente, perché ammorbidissero le loro relazioni sull’inquinamento Ilva) e di 17 anni a testa per Ferrante, Andelmi, Cavallo, Di Maggio, De Felice e D’Alò. Venti anni di reclusione erano stati invece chiesti per Legnani, Ceriani, Rebaioli, Pastorino, Bessone (tutti “fiduciari” di Riva). Infine i pm avevano chiesto il non doversi procedere, per intervenuta prescrizione, per l’ex sindaco tarantino Ezio Stefàno (segnalò alla Procura i danni dell’inquinamento Ilva, ma non agì con provvedimenti) e per l’ex dirigente degli altiforni, Vincenzo Distromatteo (omesse cautele sui rischi industriali), attualmente direttore dello stabilimento per Acciaierie d’Italia.

Sono passati nove anni da quando, nel 2012, il gip Patrizia Todisco, su richiesta della Procura, dispose il sequestro senza facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo. Due perizie, ambientale ed epidemiologica, avevano accertato che le emissioni generate dal siderurgico causavano “eventi di malattie e morte”: la diossina aveva inquinato terreni, bestiame e prodotti caseari. Emblematica resta l’immagine del pecorino fatto analizzare da Peacelink, ciò che ha dato la stura a tutto il percorso che oggi ha partorito questa sentenza spartiacque per la storia di Taranto, il sigillo su una coscienza ambientale maturata dal basso, tra cittadini e associazioni di volontariato, che hanno trovato sponda nella giustizia molto prima che nelle istituzioni.

 

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