Faccendieri salentini per far sparire i rifiuti: “Non vede un c…nessuno”- I luoghi

LECCE- “Abbiamo trovato una soluzione, non vede un cazzo nessuno” […]. Sono passate da poco le 8 del mattino del 26 marzo 2019 e il dialogo intercettato tra due indagati nell’operazione All Black è raggelante: i due si mettono d’accordo su dove scaricare, nelle campagne di Surbo.

Oronzo tranquillo, gli ho detto che non c’è problema, a me basta che mi dici dove devo scaricare, certo qua vicino…qua vicino è sempre Surbo?”, dice uno. Risponde l’altro: “Sì, tre chilometri sono…c’è un bel capannone, si entra, si va in una strada di campagna no…non vede un cazzo nessuno“.

Un gruppo ben organizzato di faccendieri leccesi e tarantini: li definiscono così gli inquirenti, perché, ognuno col proprio ruolo e creando società fittizie dotate di false autorizzazioni, facevano letteralmente sparire i rifiuti. Il Salento è diventato il loro El Dorado, quando il mercato di sbocco cinese si è fatto difficile. 

Ingenti i quantitativi smaltiti illegalmente in alcune località del Salento. I sequestri hanno riguardato soprattutto le campagne di Surbo e di Lecce e gli scarichi illeciti sono andati avanti per mesi, fino a poco tempo fa. Il 19 dicembre e 17 marzo scorsi, ad esempio, sono stati documentati importanti sversamenti.

Tra i luoghi toccati dalle indagini ci sono un fondo di proprietà della Sveviapol (estranea ai fatti, lo precisiamo), sulla Lecce-Torre Chianca; un capannone industriale in località Cafore alla periferia di Surbo, lungo la statale 236, dove il 4 aprile 2019 c’è stato un sequestro; un terreno agricolo di 1,7 ettari di proprietà di Grassi a Lecce; campagne imprecisate a Grottaglie e  Mottola; una cava abbandonata in contrada San Giovanni a San Giorgio Jonico.

Il meccanismo ora appare chiaro: i salentini offrivano siti di smaltimento inesistenti per il tramite di una società di intermediazione di rifiuti piemontese, non iscritta neppure all’albo dei gestori rifiuti. I militari del Noe hanno monitorato una serie di contatti tra questi intermediari e le aziende attive nel trattamento degli scarti e con sedi nel torinese e nel bresciano. L’obiettivo era portare qui la spazzatura. Le difficoltà organizzative e i rischi nell’affrontare viaggi così lunghi in maniera completamente illegale hanno fatto sorgere contrasti tra gli organizzatori dei traffici, tanto che ad un certo punto il gruppo pugliese si è scisso dai broker piemontesi.  I salentini hanno cercato, a quel punto, di accaparrarsi rifiuti – industriali e urbani, anche pericolosi –  da un’area più vicina, cioè il casertano e Reggio Calabria. Plastiche, gomme, ingombranti, guaine catramate e fanghi, per la gran parte provenienti da un sito autorizzato a Sparanise (Caserta). La Campania non era solo vicina, ma anche al centro di numerosi contatti che – stando alle indagini della Dda – avevano alcuni indagati. Nell’ordinanza, ad esempio, si fa riferimento al fatto che il tarantino Scarcia potesse vantare la “vicinanza ad ambienti della malavita organizzata calabrese e campana (come emerge da alcune intercettazioni)”.

Su questa nuova direttrice si è sovrapposta anche l’indagine parallela della Guardia di Finanza di Taranto, che ha scoperchiato l’altro filone: ad  una fittizia società di comodo erano intestati, attraverso fasulle autorizzazioni amministrative, impianti per il trattamento o siti abilitati allo stoccaggio. Il gruppo ionico avrebbe persino clonato l’autorizzazione – vera – rilasciata ad un’azienda di Galatina

 

 

 

t.c.

 

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