I tentacoli della mafia sul mercato dei carburanti: arresti anche a Taranto

minerva

TARANTO – Trenta milioni di euro all’anno: tanto avrebbe fruttato il traffico di carburante agricolo oggetto della maxi operazione antimafia denominata “Febbre dell’Oro Nero” scattata all’alba tra Salerno, Brescia, Napoli, Caserta, Cosenza e Taranto.

Le indagini, coordinate dalle Dda di Potenza e di Lecce, hanno fatto emergere l’attività di organizzazioni criminali diverse ma collegate tra loro, direttamente coinvolte nella gestione del traffico illecito.

Questo il meccanismo accertato dagli approfondimenti investigativi: venivano vendute ingenti quantità di carburante per uso agricolo, che come noto beneficia di particolari agevolazioni fiscali, a soggetti che poi lo immettevano nel normale mercato, spesso utilizzando le cosiddette “pompe bianche”. Il tutto mettendo in piedi un sistema di frodi all’IVA e di evasione delle accise, che ha consentito di frodare lo Stato e mettere all’angolo la concorrenza onesta, accumulando in poco tempo centinaia di milioni di euro.

Sono due gli arresti scattati a Taranto, sui 45 provvedimenti cautelari totali eseguiti dai carabinieri e dai finanziari di Salerno e dal comando della Guardia di Finanza tarantina.

Per due finanzieri in servizio nel capoluogo ionico, definiti “infedeli”, è stata adottata la misura interdittiva della sospensione dal servizio per un periodo di sei mesi: violando il segreto professionale, avrebbero in qualche modo prestato in fianco al sistema. Il filone investigativo che ha riguardato il contrabbando i idrocarburi nella Provincia di Taranto, ha puntato l’attenzione sull’esistenza di una associazione di stampo mafioso che si è ricompattata attorno alla figura del tarantino Michele Cicala.

Il sodalizio sarebbe riuscito ad imporsi facilmente sul territorio, assumendo il controllo dei traffici illeciti e reimpiegandone i proventi in numerose attività economico-commerciali, alcune delle quali direttamente riconducibili all’organizzazione anche attraverso una fitta rete di prestanome.

“Si è accertato – hanno spiegato i procuratori Curcio e De Castris – il patto dei tarantini con l’altro gruppo criminale, operante a cavallo tra Basilicata e Campania”.

 

 

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