Test rapidi, presto al via la sperimentazione su 9mila pugliesi

BARI – La Regione si prepara ad avviare i test rapidi su 9mila pugliesi circa. Non è una iniziativa autonoma ma una sperimentazione decisa dal Ministero che coinvolgerà anche la Puglia.

Su tutto il territorio nazionale saranno 400mila i prelievi che il Ministero deciderà. Di questi, come detto, 9mila saranno in puglia. Il ministero e l’Istat forniranno l’elenco delle persone che bisognerà convocare per effettuare il test e che costituiranno il campione nazionale. Anche il kit sarà unico e indicato dal ministero. Un laboratorio della Regione, poi, analizzerà i sieri per inviare a Roma i risultati.

Nel frattempo, però, sono autorizzate dalla Regione anche le iniziative spontanee su tutto il territorio regionale. Sì ai test rapidi, insomma, ma con prudenza. E’ questo in sintesi il contenuto della direttiva che il professor Pierluigi Lopalco e il capo dipartimento Salute della Regione Puglia, Vito Montanaro, hanno emanato nei giorni scorsi. E che presto sarà integrata con nuove disposizioni.

I test rapidi, ribadiscono, non hanno valore diagnostico. E la prudenza è proprio per questo: non servono cioè, a diagnosticare una infezione da coronavirus in atto, come fa invece il tampone. Ma servono, piuttosto, per una analisi epidemiologica: a capire, cioè, il passaggio effettivo del covid in un territorio, a prescindere dai casi realmente accertati. Ma contanto tutti quelli che, evidentemente, ne sono stati ignari portatori asintomatici.

Del resto, però, farli a tappeto vorrebbe dire farne centinaia di migliaia. “Su 2500 casi – si legge, perché tanti erano quando è stata scritta la direttiva – la quota di soggetti venuti effettivamente a contatto con il virus sarebbe dieci volte quello dei contagiati, quindi 25mila stimando per eccesso. Quindi, in Puglia, lo 0.6% della popolazione. Bisognerebbe fare 100 test per trovarne uno solo positivo”, aggiungono. Per questo motivo non è possibile testare tutta la popolazione, ma qualora si decida di avviare uno screening della popolazione bisogna cominciare dalle categorie a contatto con la gente, per questo più facilmente esposte al virus: operatori sanitari, operatori dei servizi essenziali e forze dell’ordine, operatori a contatto con pubblico (cassieri, impiegati di sportello).

Al momento, dunque, i sindaci daccordo con le Asl devono organizzare i test, prescrivibili dai medici, e in caso di soggetto risultato positivo, sottoporlo al tampone.

La direttiva emanata nei giorni scorsi, autorizza le iniziative spontanee: come quella dell’immunologo Mauro Minelli che, tramite l’associazione che ha contribuito a fondare e grazie alle donazioni, ha regalato centinaia di test ai Comuni. O come sta facendo in questi giorni  la Asl di Lecce avviando una gara per l’acquisto di un quantitativo dei test sufficiente per somministrarli, come sta avvenendo, a personale dipendente e pazienti.

Dai risultati di queste iniziative uniti a quelli del test nazionale, si avrà un indizio che permetterà di capire come si è diffuso il virus anche a nostra insaputa.

 

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