Crac Banca Popolare di Bari, ai domiciliari i vertici. Perquisizioni in tutta Italia

BARI – I vertici della Banca Popolare di Bari sono finiti ai domiciliari. Perquisite abitazioni e uffici in tutta Italia.

I finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Bari hanno eseguito alle prime luci dell’alba, su richiesta del procuratore aggiunto Roberto Rossi e del sostituto Federico Perrone Capane, una ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari, firmata dal gip Francesco Pellecchia, per Marco Jacobini, ex presidente della Banca, suo figlio Gianluca, condirettore generale, Elia Circelli, attuale responsabile della Funzione Bilancio e amministrazione dell’istituto bancario. Le accuse a vario titolo, sono di false comunicazioni sociali, ostacolo alla vigilanza, maltrattamenti ed estorsioni, falso in progetto.

Per Vincenzo De Bustis Figarola, già direttore generale ed ex amministratore delegato della BpB ma anche uomo in passato della Banca 121, Mps, Deutsche Bank, indagato per le stesse motivazioni di Jacobini, interdizione per 12 mesi dalla professione di dirigente di istituti bancari e degli uffici.

Diciassette le perquisizioni edeguite dai finanzieri, tra  abitazioni e gli uffici a Bari, Roma Milano e Bergamo, appartenenti ai quattro vertici e ad altri sei responsabili dell’Istituto di credito, di cui quattro indagati nell’ambito dello stesso procedimento. Perquisite anche le cassette di sicurezza di Marco Jacobini, presso la Direzione della Banca Popolare di Bari. Tra i dieci indagati anche l’altro figlio di Jacobini, Luigi, Giorgio Papa, ex ad, Roberto Pirola, Alberto Longo, Giuseppe Marella.

La Procura di Bari già nel luglio scorso aveva chiesto l’adozione delle misure cautelari dopo aver avviato una corposa indagine per accertare le cause che hanno portato al dissesto finanziario della Banca Popolare di Bari, commissariata dalla Banca d’Italia il 13 dicembre scorso. Nel corso delle indagini, gli inquirenti supportati dal nucleo speciale della Finanza e da esperti, avrebbero riscontrato falsi in bilancio, omissione di rilevanti informazioni nella redazione dei prospetti informativi diffusi in occasione della offerta pubblica di acquisto di nuove azioni, ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza svolte dalla Consob.

Le irregolarità sarebbero state riscontrate nei bilanci dal 2014 al 2017 e nella semestrale 2018, l’obiettivo era occultare “perdite di rilevante entità” subite dall’Istituto bancario così da – scrive la Procura – “gonfiare artificiosamente il patrimonio della banca e trarre in inganno i soci ed il pubblico sulla reale situazione dell’Istituto di Credito”. Questo sarebbe avvenuto, secondo i pm,  mediante cessione di crediti deteriorati ad una società finanziaria, la Chariot Funding LLC, e nel successivo riacquisto da parte della stessa Banca Popolare di Bari, degli strumenti finanziari che questa società aveva messo in vendita allo scopo di finanziare la cessione. Questa operazione da 500 milioni di euro, sarebbe di fatto inesistente in quanto riutilizzata l’anno seguente per il riacquisto dei titoli emessi dalla stessa società di cartolarizzazione. Negli anni dal 2015 al 2018, poi, è contestata l’indebita contabilizzazione di imposte anticipate sulla perdita fiscale per 141 milioni di euro, pur nella consapevolezza che la banca non avrebbe potuto conseguire negli anni successivi gli utili necessari per riassorbire le perdite fiscali; contestata anche l’omessa svalutazione, tra il 2014 e il 2017, delle partecipazioni detenute dalla banca in diverse società (Fusione ex Nuova Banca Mediterranea, Ramo d’azienda Gruppo Intesa San Paolo, Fusione ex Banca Popolaredi Calabria, Ramo d’azienda promozione finanziaria da ex Popolare, Bari Servizi Finanziari SIM Spa, Fusione ex Banca Popolare della Penisola Sorrentina, Tercas – Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo Spa e Banca Caripe Spa), per queste in ballo ci sarebbero 397.666.126 euro. Infine contestato anche l’idebito appostamento nei bilanci relativi agli anni 2016 e 2017 di attività di 42 milioni di euro derivanti da un credito vantato verso l’Ente Ecclesiastico Ospedale Francesco Miulli, di Acquaviva delle Fonti, la cui inesigibilità era invece nota stante l’ammissione dell’Ospedale Miulli alla procedura del concordato preventivo.

Poi c’è tutta la vicenda degli azionisti. Nel 2014 e 2015 la banca decise gli aumenti di capitale per riprendersi dall’acquisizione del Gruppo Tercas. In quella occasione fu spinta la vendita di azioni e obbligazioni ma omettendo – secondo l’accusa – notizie destinate ad informare i potenziali acquirenti sulla reale natura dell’investimento e sui criteri utilizzati per la determinazione del prezzo di vendita delle nuove azioni, sul rischio connesso al salvataggio della Tercas, sul rischio di illiquidità delle azioni emesse dalla Banca, di fatto rivelatesi invendibili, così impedendo di fatto agli investitori di valutare correttamente i rischi connessi all’acquisto dei titoli. E questo è il punto cruciale di tutta la vicenda che è emersa per le proteste dei 70mila azionisti che da un giorno all’altro hanno perso tutto ciò che avevano investito.

Tutte azioni fatte anche nei confronti della Consob alla quale, al fine di ostacolarne l’esercizio delle funzioni di vigilanza e controllo, sarebbero state fornite dichiarazioni non veritiere.

 

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