Abbandono, strani riti e aste deserte: La Badessa, così muore un bene pubblico

SQUINZANO- E’ un degrado senza appello quello che abita l’enorme struttura lungo la Squinzano-Casalabate. Da anni il complesso La Badessa, di proprietà della Provincia di Lecce, è alla mercé di tutti, preda di una razzia totale: sono stati asportati persino i tubi in pvc dei bagni.

Entrarci è cosa molto semplice: la recinzione laterale è completamente divelta e ognuno fa un po’ come gli pare, complicando una situazione già compromessa e trasformando la struttura in una pericolosa discarica abusiva, con numerose lastre di eternit sbriciolato a cielo aperto.

Non solo: è chiaro che qualcuno frequenta spesso un’ala del vecchio complesso e ha lasciato lì dettagli anomali: palme fissate ai muri, una poltrona rosso porpora, un tavolo sistemato a mo’ di altare e per terra bossoli in metallo, candele e fogli con la preghiera al “Sacro maestro venerabile sommo”.

Non si tratterebbe di riti satanici, quanto, piuttosto, di cerimonie di affiliazione ad un gruppo che, stando alle ricerche fatte, qui praticherebbe il softair, l’attività ludico- sportiva che simula azioni militari.

Il resto è un susseguirsi di stanze a rischio crollo e per nulla messe in sicurezza, porte e finestre divelte, altalene arrugginite, pareti zeppe di disegni, quelli dei migranti e quelli di giovani graffitari. Ha avuto molte vite la Badessa. Prima dell’occupazione abusiva e dello sgombero di un gruppo di punkabbestia nel 2007, è stata, come detto, una scuola agraria importante e poi un centro per minori, accolti nell’edificio più nuovo di quattro piani, e anche un centro di accoglienza di stranieri.

Ci sono poi una ex piscina e l’ex mercato dell’ortofrutta. La Provincia prova da anni a vendere il complesso, per una cifra di quasi 3,5 milioni di euro. E da sempre le aste vanno deserte. Eppure, questo è un patrimonio incredibile, composto non solo dalle strutture edili ma anche da un parco agricolo di 68 ettari: una parte è coltivata da qualcuno a cereali, ma ulivi e agrumeto sono abbandonati. Beni di cui, a quanto pare, non si sa che farsene.

Non è solo una questione di proprietà ma anche di memoria, tracce di grande valore che, almeno quelle, meriterebbero di essere salvate: sono tantissimi i disegni, le poesie, le frasi scritte sui muri, in arabo e in albanese, segno del passaggio lì di molti migranti accolti negli anni ’90, epoca che il Salento non può dimenticare.

Tiziana Colluto

 

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