Riduzione in schiavitù: sentenza ribaltata, assolti 11 su 13

LECCE – Il 13 luglio 2017 fu pronunciata una sentenza che fu definita storica, una pietra miliare: per la prima volta fu riconosciuto il reato di “riduzione in schiavitù” e furono condannati, tra gli altri, quattro imprenditori salentini. Oggi la Corte d’Appello ribalta quella sentenza e assolve 11 imputati su 13 per il presunto sfruttamento nei campi di Nardò di lavoratori impiegati nella raccolta delle angurie. È il processo nato dall’operazione “Sabr”, dal nome del 46enne ritenuto il “reclutatore”. Un’operazione che, nel 2011, fece scalpore, nata a seguito della rivolta dei braccianti contro i caporali nella massria Boncuri di Nardò. In primo grado fu anche riconosciuto il risarcimento alle parti civili: Cgil nazionale, Flai Cgil Lecce, Regione Puglia, associazione Finis Terrae e sei braccianti, tra cui Yvan Sagnet, a capo della rivolta del 2011.

In Appello, dunque, quella sentenza è stata annullata, accogliendo la tesi della difesa, secondo cui il reato di riduzione in schiavitù a quell’epoca non esisteva.

Da qui l’assoluzione per l’imprenditore neretino Pantaleo Latino, per Livio Mandolfo, di Nardò; Giovanni Petrelli, di Carmiano; Meki Adem, sudanese; Yazid Mohamed Ghachir, algerino; Saeed Abdellah, sudanese; Rouma Ben Tahar Mehdaoui, tunisino; Nizar Tanja, sudanese.

Per associazione a delinquere finalizzata alla permanenza irregolare di stranieri per sfruttarli nel lavoro erano stati condannati in primo grado Marcello Corvo, di Nardò, e il tunisino Abdelmalek Aibeche Ben Abderrahma Sanbi Jaquali. Assolti anche loro.

Condannati per estorsione Ben Mahmoud Saber Jelassi, tunisino da cui ha preso il nome l’indagine, a 5 anni e mezzo, e Aiaya Ben Bilei Akremi, tunisino, a 6 anni.

 

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