Il borgo bianco e il vino rosso: Matino, che non sa di essere la Ostuni ionica

MATINO- Il bianco della calce si riprende il borgo di Matino. Un processo lento, minuzioso, progressivo. A crederci sono soprattutto i forestieri: i turisti che hanno deciso di acquistare case, rimetterle in sesto come tradizione comanda. Tra di loro anche lo , che ha acquistato questo antico palazzotto. Chi si occupa dei lavori per conto dei vacanzieri del nord sa che questo è uno strumento di salvataggio del centro storico. “In dieci anni – spiega l’architetto Ettore Marra – è stato recuperato circa il 50 per cento delle vecchie dimore. Ma si tratta di una loro trasformazione in case vacanza, abitate per poche settimane durante l’estate, da giugno a settembre. La ricaduta che porta questo investimento sul territorio è più che altro legata all’impiego di manodopera. Per una rivitalizzazione del borgo, con la riapertura delle botteghe artigiane e di negozi di prossimità, c’è ancora da attendere”.

Un bel colpo d’occhio, ma il rovescio della medaglia è nelle cose: il cuore di Matino, viuzze strette e case a corte, è popolato solo poche settimane d’estate. Durante il resto dell’anno, batte poco. Quasi niente, nonostante abbia tutte le carte in regola per un altro tipo di turismo, 12 mesi all’anno, per essere la Ostuni della costa ionica, simile per architettura e vicinanza al mare.

Matino è tra i centri più interessanti a tornare al voto a giugno. Lo è per la sua storia politica: una radicata tradizione Msi-Dc nel passato, un lungo governo di centrodestra, un centrosinistra pressoché assente, se si pensa che cinque anni fa non superò il 9 per cento, nonostante gli avversari si siano presentati spaccati in due liste. È interessante anche per la sua storia economica altalenante: centro noto, tra l’altro, per essere sede della Banca più importante del Salento e di una delle aziende manifatturiere che smista jeans in tutto il mondo, è però tra i primi mille comuni d’Italia (al 970esimo posto) per più basso reddito medio per popolazione. Nel 2015 (ultimi dati Irpef disponibili) era pari a 8.148 euro, al 76esimo posto in provincia, con una percentuale di dichiaranti che non superava il 61,3 per cento. Era al 60esimo posto nel 2001. Poi, dal 2009, è cominciato lo scivolamento verso il basso.

Uno dei simboli di questa perdita di ricchezza è il cancello sbarrato della Cantina cooperativa, che ha chiuso i battenti il 28 maggio 2015. Anche di questo dovranno in qualche modo occuparsi i prossimi amministratori: un grande stabilimento, una storia gloriosa, il primo vino pugliese a marchio Doc, riconosciuto già nel 1971. Non si può lasciar perdere, men che meno ora che anche l’olivicoltura è piegata – specie in questa zona – dai disseccamenti di ulivi. È una ferita che brucia. E lo sa uno dei pochi viticoltori rimasti in paese, come Tommaso Carlino: “la mia famiglia ci crede ancora e per questo continua a impiantare i vigneti. Ma da 15 anni a questa parte si è registrata la loro scomparsa progressiva, culminata nella chiusura della cantina. Il punto è che la coltivazione dava poco reddito e ci si è buttati su altro, sull’oliveto e sulla patata Sieglinde, che pure non rendono molto. Inoltre, c’è un problema particolare a Matino: lo strumento urbanistico consente la fabbricazione facile in campagna e così si è decisamente frantumato il feudo. Chi lo conserva è una mosca bianca”.

Eppure, ha “materie prime” da vendere, Matino. Un patrimonio per riportarla in alto, con strategia.

 

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