Tricase, la capitale testa dura del Capo di Leuca

TRICASE- A Tricase, i più insoddisfatti sono i tricasini. “Ce l’hanno nel Dna, sono ‘cucuzzari’, testa dura”, dice chi questa città la frequenta come fosse il centro di gravità permanente dell’intero Capo di Leuca. E questo è, in fondo. Anche se se lo dimentica.

Piazza Pisanelli è il salotto, una delle piazze più belle di Puglia, dedicata al giurista che ha fatto il Risorgimento e che ogni giorno sta lì, a ricordare il livello da poter raggiungere. Tricase va oltre Tricase, va oltre anche i suoi “5 castelli”, le frazioni, le marine. È il cuore di un distretto, un territorio a sé in quello del Salento. Il carisma di attrattore deriva da quello che qui c’è: uffici, scuole, negozi, movida. L’ospedale Panico, soprattutto, l’azienda più grande del Sud Salento, il forziere vero, con la sua fondazione religiosa. Da qui proviene buona parte del reddito che colloca la città all’undicesimo posto in provincia tra i comuni più ricchi, con un reddito pro capite da 15.916 euro. Ciononostante, tutti hanno la consapevolezza che si hanno le carte giuste per poter fare di più, molto di più.

Ce lo ribadisce chi è considerato il re della notte tricasina, Antonello Elia, titolare di due dei locali di maggiore successo da decenni. Eppure, Tricase si defila, svia dal ruolo guida che potrebbe essere naturale: ha perso la sede del distretto sociosanitario, non ha aderito all’Unione dei Comuni del Capo di Leuca, non esprime più da tempo un politico ad alto livello. Lo sa bene chi da vent’anni ogni settimana, con puntualità svizzera, racconta la città e la lascia raccontarsi, il direttore del Volantino, Alessandro Distante. La qualità della vita è tema nevralgico. E ha molto a che fare con quello di uno sviluppo caotico dell’edilizia, ancorato ad un piano di fabbricazione anni ’70 mai rinnovato; allo stallo di una mega zona industriale Asi inspiegabilmente ancora senza fognatura e acqua corrente e che invece di riempirsi ha continuato a svuotarsi.

È ora che Tricase sta risalendo pian piano la china, dopo gli anni bui della chiusura dell’Adelchi che impiegava migliaia di operai, che hanno “bruciato” gli anni migliori nella cassa integrazione. Molti sono riusciti a reinventarsi. Su altri i segni si vedono ancora. Si vedono soprattutto il sabato, quando apre i battenti la mensa voluta dalle parrocchie e dalle associazioni. Le scarpe sono storia passata, lo ha dimostrato anche la parabola dell’ultimo calzaturificio aperto e chiuso nel giro di pochi anni. Cucire il futuro senza isolarsi, invece, è la sfida più dura.

 

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