E’ morto in carcere inalando gas, la moglie: “si indaghi, non si è tolto la vita da solo”

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LECCE-Mio marito non può essersi tolto la vita, o almeno non da solo. Faccio un appello al carcere e al Prefetto: chiedo chiarezza”. 7anni la condanna definitiva, di cui 3 già scontati in carcere e 1 in comunità, perchè Mauro Zecca suo marito nella casa circondariale di Lecce c’era finito con l’accusa di spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti, ma a questi anni dietro le sbarre raccontava a sua moglie di essersi arreso da subito.

“Nessuno stato d’animo alterato, con l’avvocato una chiaccherata serena risalente a soli 10 giorni fa- racconta la donna- l’ultima notizia quella comunicata dal legale all’uomo: “stiamo avviando la richiesta per il trasferimento in comunità”, lì dove tempo massimo un anno avrebbe potuto finire di scontare la sua pena”. In comunità, per disintossicarsi,  lui però c’era già stato ma qualcosa non era andato per il verso giusto e l’uomo era scappato via, per poi ritornare a scontare la pena in cella.

Quella dove sarebbe stato spostato doveva essere un comunità diversa dalla precedente e alla notizia, ribadisce la donna, dal detenuto nessun segnale di insofferenza. Per lei oggi – e lo dice achiare lettere, quelle che le è consentito usare- non è suicidio.

Lì disteso sul suo letto, suo marito Mauro, sembrava dormire: ma a non farlo risvegliare quella busta in testa che al suo ritrovamento ha lasciato spazio solo alla costatazione del decesso. Il gas, rivelatosi poi fatale, è quello di una delle bombolette date in dotazione ai reclusi nella casa circondariale.

Quella stessa busta che lo ha soffocato ora a Monia non dà tregua, perchè per lei suo marito non ha potuto compiere un gesto così estremo, non da solo: “non è possibile che nessuno si sia accorto solo dopo dell’odore del gas– dice la donna-  qualcosa non quadra”.

La Procura di Lecce ha aperto già nelle scorse ore un ‘inchiesta per istigazione al suicidio, per far luice sulle cause e le dinamiche che hanno condotto alla morte il detenuto originario di Campi Salentina, che oggi lascia una moglie e una figlia di soli 10 anni.

Alle 13.30 l’autopsia, disposta dal sostituto Procuratore Carmen Ruggero. Ore di estenuante attesa per Monia che non ha intenzione di arrendersi dopo che questa mattina, nella camera mortuaria dell’ospedale Vito Fazzi, ha potuto rivedere suo marito per l’ultima volta, 10 minuti e altri 10 lunedì mattina.

“Non era mio marito– conclude la donna- così come non lo era quello ritrovato con quella busta in testa. Ora chiedo chiarezza, chiedo giustizia”.

E.Fio

 

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