“Solo un neo”, ma era un tumore: 8 medici a giudizio per la morte di una 29enne

SCORRANO- Non era un neo, bensì un tumore. Ma non è stato diagnosticato e riconosciuto per tempo e ha portato, il 6 marzo 2012, alla morte prematura di Roberta Filippo, 29enne di Scorrano. Per questo per otto medici, cinque dei quali dell’ospedale Veris Delli Ponti, si aprirà il processo per omicidio colposo.
Il gip Giovanni Gallo, il 30 marzo scorso, ha rigettato la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Donatina Buffelli, disponendo l’imputazione coatta nei confronti dei camici bianchi che ebbero in cura la ragazza.“Se diagnosticato per tempo il melanoma – ha scritto il gip nell’ordinanza – alla Filippo si sarebbero offerte più chances di sopravvivenza o, quanto meno, di cura”. Tutto ha inizio nel giugno 2010: Roberta si rivolge allo studio privato di una dermatologa di Galatina per l’asportazione di un neo sulla spalla destra. La dottoressa adotta la tecnica “shaving”, con il raschiamento della porzione cutanea, e questo, per il gip, “è sufficiente a configurare una condotta negligente e parziale”, perché, invece, la tecnica della biopsia escissionale avrebbe permesso di misurare meglio lo spessore della lesione.

Ma non è tutto: il referto viene trasmesso ad un centro privato leccese per l’esame istologico, ma la patologa, anche lei indagata, effettua una diagnosi “da considersarsi parziale”. Nel novembre 2011, ricomincia il calvario: peggiorano le condizioni della ragazza che viene ricoverata a Scorrano. Lì resta per un mese. Ma “i sanitari – secondo il gip – non hanno proceduto ad approfondire scrupolosamente la patologia che interessava la vittima, limitando il numero e la scelta degli esami da effettuare”. Le viene diagnosticata, infatti, una spondiloartrite.

A febbraio 2012, la famiglia decide di sottoporre Roberta, incapace ormai di camminare, a dei controlli presso l’ospedale di Ancona. E lì subito gli esami radiodiagnostici confermano che le metastasi di melanoma hanno ormai intaccato più organi. Trasferita al Centro San Raffaele di Milano, riceve solo le ultime cure per alleviare il dolore. Nel capoluogo lombardo la 29enne muore un mese dopo. La denuncia dei genitori di Roberta, difesi dal legale Stefano Chiriatti, ha dato il via alle indagini.

 

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