Xylella, tutti contro i contributi all’espianto di ulivi: “Finanziate innesti e reimpianti”

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LECCE- Si allarga il fronte del no all’ipotesi di contributi pubblici all’espianto degli ulivi ritenuti infetti da Xylella fastidiosa. La misura, architrave del nuovo Piano Silletti in fase di elaborazione, non piace. E non solo agli attivisti. Non piace soprattutto agli agricoltori. A chiedere un cambio di strategia è il comitato Voce dell’Ulivo: “Gli aiuti – dice – vengano elargiti a condizione che ci si impegni formalmente a reimpiantare un uliveto almeno di pari superficie, entro e non oltre 12 mesi dall’abbattimento delle piante distrutte dai disseccamenti. La Regione Lombardia ha già applicato con successo questo criterio per gli indennizzi nel caso della Sharka e del Fuoco Batterico, patogeni da quarantena ormai insediatisi in questa regione. Questo – conclude – è per noi l’unico modo per scongiurare eventuali speculazioni messe in atto con l’alibi dell’espianto e per garantire la salvaguardia del paesaggio salentino e del suo futuro olivicolo”.

Che ci sia un rischio speculazione è nelle cose. E sono stati già cronaca i casi di abbattimenti di alberi presumibilimente infetti per far spazio al cemento. Solo chi non vuole non se ne accorge. È un problema strettamente connesso ad un altro: il persistente divieto di reimpianto, misura drastica e inutile imposta in tutta Europa solo al Salento”, secondo la Voce dell’Ulivo, che inizia a raccogliere i primi buoni frutti dalla pratica degli innesti sperimentata nella prima zona focolaio.

“È sconcertante notare che in tutti gli altri territori – dicono gli agricoltori – in presenza di organismi da quarantena non sia stato imposto il divieto di impianto delle specie ospiti come metodo di contenimento delle fitopatie”. Anzi, laddove c’è stata l’epidemia di Sharka, in Emilia Romagna e altrove, “è stato regolamentato l’utilizzo di piantine autoprodotte e di innesti, oltre che l’utilizzo di piante provenienti dai vivai ricadenti nella zona infetta (zona di insediamento), evitandone la loro distruzione e salvando centinaia di aziende”.Neanche per il punteruolo rosso si è giunti a tanto. E oggi arriveremmo al paradosso di poter piantare palme nel Salento ma non ulivi.Eppure, qualche spiraglio inizia a intravedersi. Non solo dalle sperimentazioni curative portate avanti, ma anche dagli innesti praticati, in primis sul “Gigante di Alliste”, l’olivo millenario su cui sono state innestate gemme di leccino il 22 giugno scorso, in occasione della venuta nel Salento dell’europarlamentare dei Verdi Europei José Bové.

Un germoglio, ormai alto più di venti centimetri, è già spuntato così come su altri cento alberi innestati dai contadini nell’epicentro dell’area infetta, in particolare nelle campagne di Alezio, Gallipoli, Felline. “A questo punto – dicono dal comitato – chiediamo che venga avviata una ricerca ad hoc al fine di dare una risposta scientifica ad una pratica che sembra essere più che promettente”.

 

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