Operazione La Svolta 2.0: Fasano “un morto vivente”. Il 22enne ucciso paga la fedeltà al gruppo

Il luogo dell'omicidio di Francesco Fasano

MELISSANO-L’omicidio del giovane Francesco Fasano, ucciso a 22 anni con un colpo di pistola alla tempia sulla provinciale che collega Ugento a Melissano la notte del 25 luglio 2018, è l’epilogo più drammatico della frattura insanabile tra i due clan criminali in guerra per il mercato dello spaccio nella zona. La sera dell’agguato mortale, Maicol Manni, fratello di Daniele ( ora sotto processo in Corte d’Assise  per l’omicidio) definì profeticamente Francesco Fasano “un morto vivente” .

Qualche giorno prima dell’agguato il padre di entrambi, Luciano Manni, ritenuto il capo del gruppo Barbetta, aveva dato sfogo alla sua ira. Aveva preso definitivamente le distanze da Biagio Manni, ritenuto a capo del gruppo rivale, e sollecitava il figlio Daniele a non frequentarlo per non incorrere nel rischio di essere a sua volta ammazzato. “Apri gli occhi…non frequentare di notte quello là. I miei non ti toccano, va bene..ma se viene un forestiero.. quello che trova davanti è… quello ha la fotografia di biagino, ormai tiene la foto .. se tu stai con lui , a tutti e due se lo fanno”. …e sembra che lui tiene il pacco e CHE TIENE IL FERRO…”, riferendosi al fatto che anche Biagio Manni girasse armato, consapevole evidentemente del pericolo per la sua stessa incolumità.

Li metti un coltello in tasca…e glielo infili in gola e finisce tutto senza fare….” questo il tenore delle frasi choc intercettate dai carabinieri e durante le indagini e riportate nell’Ordinanza firmata dal giudice Sergio Tosi. Il motivo dei dissidi tra i due gruppi, arrivati in breve tempo ai ferri corti, è da ricercare anche nel fatto che Biagio Manni aveva imposto ai suoi il divieto di rifornirsi di droga da Luciano e dai suoi figli. Questo aveva scatenato le ire degli avversari: contese per le quali si era disposti ad uccidere. E così è stato.

Francesco Fasano, giovanissima vittima della guerra, era strettamente legato a Biagio Manni e ai Bevilacqua. Nel corso dell’interrogatorio dinanzi al GIP del 28 luglio Biagio Manni, pur avvalendosi della facoltà di non rispondere, aveva manifestato, come suo unico desiderio, quello di avere un permesso per partecipare ai funerali del ragazzo portare a spalla il feretro.

Sono tante le scioccanti conversazioni intercettate durante le indagini. Parlano di morte, di agguati programmati: Maicol Manni dice la notte del 21 luglio: “dammi la pistola… forse c’è il summit….se viene qualcuno sparategli”.

Il 22enne è stato ucciso, secondo gli inquirenti, per la sua fedeltà ai Bevilacqua. Qualche giorno prima aveva detto che non li avrebbe mai traditi, neanche sotto minaccia di morte.

Io non li tradisco mai, nemmeno che mi sparano, nemmeno che mi uccidono… ma pure che mi trovano a me io non gli dico dove stanno”. Sorge inquietante il terribile sospetto- scrive il giudice nell’ordinanza- che il ragazzo abbia pagato con la vita il mantenimento della promessa fatta.

M. Cos.

 

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